
Trump accusa Merz: «Non sa di cosa parla», la tensione sull’Iran divide l’Occidente
Con un attacco personale di inusitata veemenza anche per i suoi standard, il presidente americano Donald Trump ha squarciato il velo delle diplomazie parallele sul conflitto iraniano. Nel pomeriggio di martedì, sulla propria piattaforma Truth Social, Trump ha scritto che il cancelliere tedesco Friedrich Merz «pensa che sia accettabile che l’Iran possieda un’arma nucleare. Non sa di cosa parla». La reazione non è solo una stilettata verbale nel pieno di una guerra che infiamma il Medio Oriente: è la confessione di una frattura profonda su come l’Occidente debba affrontare la minaccia nucleare di Teheran, proprio mentre i negoziati per un cessate il fuoco ristagnano e l’ombra di una potenza atomica iraniana si allunga sui mercati energetici globali e sulla sicurezza europea.
La miccia era stata accesa lunedì dallo stesso Merz, che da Berlino aveva commentato con parole insolitamente dure il corso delle trattative tra Washington e Teheran. Secondo la stampa tedesca e israeliana, il cancelliere aveva parlato di «disillusione» di fronte a un’amministrazione americana «senza strategia», aggiungendo che «un’intera nazione viene umiliata» dai negoziatori iraniani. Merz, il cui governo si è finora allineato alla linea dura atlantica, non intendeva certo concedere legittimità nucleare all’Iran – posizione che continua a escludere – ma denunciava piuttosto uno scollamento tra la pressione militare dispiegata e la debolezza percepita al tavolo negoziale. L’eco delle sue parole è stato immediato, e a Washington è stato interpretato come un atto di lesa maestà strategica.
Nella sua controffensiva, Trump ha sovvertito deliberatamente la posizione del cancelliere, dipingendolo come un leader incosciente disposto ad accettare la bomba persiana e collegando quella presunta cecità alle difficoltà interne della Germania, dall’economia in rallentamento alle tensioni nella coalizione. Dall’ottica di Washington, il presidente agisce lungo un binario ormai consolidato: ogni critica all’azione militare americana viene ribaltata sull’avversario come colpa storica o incapacità di comprendere la minaccia esistenziale. «Faccio ora con l’Iran ciò che altri presidenti e altri Paesi avrebbero dovuto fare molto tempo fa», ha insistito Trump, lasciando intendere che la campagna in corso – con bombardamenti e operazioni mirate – rappresenti un’accelerazione necessaria dopo decenni di errori multilaterali.
L’affondo risuona in Europa con un’eco diversa. Da Bruxelles e da Berlino si avverte la pericolosa distorsione di cui Trump si serve per delegittimare il principale alleato continentale proprio mentre il fronte occidentale mostra segni di stanchezza. Il cancelliere non ha mai invocato un’atomica iraniana, ma ha espresso lo smarrimento di chi osserva i propri referenti strategici impigliati in una guerra che consuma consenso elettorale e rischia di estendere la spirale degli shock energetici. Per l’Italia, particolarmente esposta alle crisi mediorientali per la proiezione energetica e la presenza militare nelle missioni di intelligence, l’incrinatura tra Berlino e Washington introduce un ulteriore fattore di imprevedibilità, mentre Roma cerca di bilanciare la solidarietà atlantica con la difesa degli interessi nel Mediterraneo.
Da Mosca, dove le agenzie di stampa russe hanno immediatamente rilanciato con dovizia di particolari lo scambio di accuse, la rottura viene letta come un regalo tattico. Nell’ottica del Cremlino, ogni frizione transatlantica rafforza il racconto di un Occidente diviso e di un’Europa costretta a scegliere tra l’avventurismo trumpiano e la ricerca di una propria autonomia negoziale. Non è un caso che i commentatori russi sottolineino, con malcelata soddisfazione, il nesso tra la debolezza economica tedesca e la crisi di credibilità americana in Medio Oriente.
Lo scontro si inserisce in un quadro in cui un fallimento dei colloqui con l’Iran non sarebbe solo una sconfitta della Casa Bianca, ma un pericolo immediato per il Vecchio Continente. Qualora Teheran, forte di una percepita rottura dell’asse atlantico, decidesse di forzare la mano sul programma di arricchimento, il dilemma per l’Europa diventerebbe acuto: accompagnare Washington in una escalation irreversibile, oppure tentare una mediazione autonoma che apparirebbe oggi più debole che mai. La risposta di Merz ha quantomeno avuto il merito di sollevare pubblicamente il velo su una strategia negoziale che, al di là dei proclami, sembra aver smarrito la propria grammatica. La replica di Trump, travolgendola con l’insulto e la caricatura, rischia di lasciare sul tavolo solo la polvere di un dialogo impossibile.
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