
Trump annuncia il «Project Freedom» per liberare le navi a Hormuz. Teheran: «È una violazione della tregua»
È un’operazione che si annuncia tanto rischiosa quanto carica di conseguenze quella che Donald Trump ha battezzato «Project Freedom». Il presidente americano ha annunciato che a partire da lunedì mattina, ora del Medio Oriente, la Marina degli Stati Uniti inizierà a scortare le navi mercantili neutrali rimaste intrappolate nello Stretto di Hormuz, dove dal marzo scorso il blocco iraniano ha di fatto paralizzato il traffico marittimo globale. Una mossa presentata come gesto umanitario – molte imbarcazioni, ha ricordato Trump, scarseggiano ormai di viveri e acqua per gli equipaggi – ma che rischia di infiammare ulteriormente una tregua già fragile, entrata in vigore l’8 aprile dopo settimane di bombardamenti americani e israeliani sul territorio iraniano.
Da Teheran la reazione non si è fatta attendere. Il presidente della commissione sicurezza nazionale del parlamento, Ebrahim Azizi, ha avvertito che qualsiasi interferenza statunitense nel nuovo regime marittimo dello stretto sarà considerata una violazione del cessate il fuoco, e che le forze armate iraniane sono pronte a colpire. La posizione della Repubblica islamica è chiara: il controllo di Hormuz è una leva negoziale essenziale, e cederla senza garanzie significative equivarrebbe a perdere l’unico vero strumento di pressione rimasto dopo la distruzione di gran parte delle sue infrastrutture militari.
Proprio mentre Trump dava il via alla missione, filtravano i dettagli dell’ultima proposta di pace iraniana, un piano in quattordici punti trasmesso tramite mediatori pakistani. Prevede la fine delle ostilità entro trenta giorni, la riapertura dello stretto, il ritiro delle forze americane dalla regione e la revoca delle sanzioni, ma rimanda a un secondo tempo la discussione sul programma nucleare – per l’amministrazione Trump il nodo centrale. Il presidente ha bollato l’offerta come «inaccettabile», sottolineando che Teheran non ha ancora pagato un prezzo sufficiente per quanto fatto «all’umanità e al mondo negli ultimi quarantasette anni». Eppure, nella stessa giornata di domenica, ha parlato di «discussioni molto positive» in corso tra i suoi rappresentanti e quelli iraniani, lasciando aperto uno spiraglio.
A Bruxelles e nelle capitali europee, e in particolare a Roma, la situazione è seguita con apprensione. L’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di greggio e gas liquefatto, ha già subito un rincaro dei prezzi energetici superiore al trenta per cento dall’inizio della crisi. La Commissione europea ha avvertito che l’escalation potrebbe protrarsi per «mesi, se non anni». La sensazione, condivisa da molti analisti, è che il «Project Freedom» sia un azzardo tattico: da un lato mira a dimostrare che gli Stati Uniti non accettano diktat sul controllo delle rotte, dall’altro potrebbe innescare un confronto diretto in mare che nessuno, a Washington come a Teheran, ha realmente interesse a provocare. La partita, insomma, si gioca sul filo: la scelta di Trump tra un accordo imperfetto e una risposta militare potrebbe ridefinire gli equilibri dell’intero Golfo.
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