
Trump esternalizza le deportazioni: Giamaica e Repubblica Centrafricana nel mirino
Mentre i decessi nei centri di detenzione raddoppiano, Washington sigla accordi per trasferire migranti in Paesi terzi, ignorando le ordinanze dei tribunali.
L’amministrazione Trump si prepara a inaugurare una nuova, controversa fase della sua offensiva migratoria: il primo volo di deportazione verso la Repubblica Centrafricana. Secondo fonti legali e governative, l’aereo – in partenza già questa settimana – trasporterà forzatamente oltre venti persone, tra cui donne iraniane, siriani e afghani, molti dei quali protetti da ordinanze dei tribunali che ne vietano il rimpatrio verso Paesi dove rischierebbero persecuzioni o torture. La scelta di Bangui come destinazione, uno Stato segnato da conflitti armati e gravi violazioni dei diritti umani, rappresenta un salto di qualità nella strategia di esternalizzazione delle espulsioni, che aggira le tutele legali interne e scarica su nazioni terze la responsabilità di accogliere migranti non originari di quei territori.
Parallelamente, la Giamaica ha confermato di aver firmato un memorandum d’intesa con il Department of Homeland Security per ricevere fino a venticinque deportati ogni due settimane provenienti da Paesi diversi dal proprio. Il ministro della Sicurezza nazionale giamaicano ha precisato che i trasferiti non saranno trattenuti in centri di detenzione, ma restano da definire le modalità di alloggio e integrazione. L’accordo inserisce l’isola caraibica in una rete crescente di Stati che collaborano con Washington per assorbire flussi di migranti espulsi dagli Stati Uniti, spesso senza legami con il territorio di destinazione, sollevando interrogativi sulla sostenibilità sociale ed economica di tali intese per comunità già fragili.
L’inasprimento della politica migratoria si accompagna a un deterioramento delle condizioni nei centri di detenzione statunitensi. Dall’inizio della nuova amministrazione, il tasso di mortalità all’interno delle strutture dell’ICE è più che raddoppiato: cinquanta decessi in poco più di sei mesi, secondo i registri ufficiali. Tra i casi documentati figurano un cittadino vietnamita con problemi cardiovascolari, deceduto nell’ex carcere di massima sicurezza dell’Indiana ribattezzato “Speedway Slammer”; un uomo cinese trovato impiccato in una doccia in Pennsylvania dopo un precedente tentativo di suicidio; e un honduregno morto in una cella di New York senza ricevere cure d’emergenza nonostante tremore e tachicardia da astinenza alcolica. Nel frattempo, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha disposto il trasferimento di tutti i detenuti dal centro di detenzione “Alligator Alcatraz” nelle Everglades della Florida, ufficialmente per l’approssimarsi della stagione degli uragani. I migranti sono stati spostati in altre strutture, tra cui il “Deportation Depot” nel nord dello Stato, ma le autorità non hanno chiarito se la chiusura sarà permanente o temporanea.
Queste mosse disegnano una traiettoria sempre più assertiva e unilaterale della politica migratoria statunitense, con ripercussioni che vanno oltre i confini americani. L’esternalizzazione delle deportazioni verso Paesi terzi, unita all’aggiramento delle tutele giudiziarie, solleva serie preoccupazioni negli osservatori europei: Bruxelles, che già sperimenta tensioni con i propri meccanismi di esternalizzazione – dai memorandum con la Tunisia agli accordi con la Libia – vede nell’approccio di Washington un precedente pericoloso, capace di indebolire ulteriormente le norme internazionali sulla protezione dei rifugiati. Per l’Italia, Paese di primo approdo di flussi mediterranei, la deriva statunitense rischia di legittimare pratiche di respingimento verso Stati terzi non sicuri, minando il principio di non-refoulement. Mentre la Casa Bianca continua a tessere accordi con nazioni disponibili a fungere da piattaforme di deportazione, resta aperto l’interrogativo su quanto a lungo i tribunali e la comunità internazionale potranno tollerare una strategia che trasforma esseri umani in pedine geopolitiche.
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | −0.80 | critical |
L'amministrazione Trump sta per deportare migranti verso la Repubblica Centrafricana, nonostante molti abbiano ottenuto ordinanze dei tribunali che vietano l'espulsione verso paesi dove rischierebbero persecuzioni o torture. La Giamaica è in trattative per accogliere migranti espulsi dagli Stati Uniti, unendosi ad altri paesi come Messico ed El Salvador. Si profila una svolta pericolosa che esternalizza le deportazioni verso zone di terrore.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha trasferito tutti i detenuti dal centro di detenzione 'Alligator Alcatraz' in Florida a causa dei rischi legati alla stagione degli uragani. I migranti sono stati spostati in altre strutture, tra cui il 'Deportation Depot' nel nord dello stato. L'operazione è stata presentata come una misura precauzionale per la sicurezza dei detenuti.
Sotto la presidenza Trump, il tasso di mortalità nei centri di detenzione per immigrati dell'ICE è più che raddoppiato. Uomini vietnamiti, cinesi e honduregni sono morti in circostanze tragiche, tra mancanza di cure mediche e condizioni disumane. La repressione dell'immigrazione sta lasciando una scia di vittime, simbolo di una politica spietata.
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