
Trump ordina di distruggere le navi minatrici a Ormuz: rischio escalation o mossa tattica?
Il presidente americano Donald Trump ha ordinato alla Marina degli Stati Uniti di aprire il fuoco e annientare qualunque imbarcazione sorpresa a posare mine nello Stretto di Ormuz, una direttiva che segna un netto inasprimento della crisi in atto da fine febbraio. «Non esiteremo», ha scritto su Truth social, annunciando al contempo che i dragamine statunitensi stanno ripulendo le acque del canale con un ritmo triplicato. La misura interviene in un quadro già incandescente: dal 28 febbraio, quando sono iniziati gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, Teheran ha imposto un blocco selettivo al passaggio delle navi, autorizzando solo un numero esiguo di transiti. In risposta, Washington dal 13 aprile ha decretato un blocco navale che impedisce l’accesso ai porti iraniani.
Dal punto di vista di Teheran, la mossa americana è una provocazione pericolosa. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il blocco americano «un atto di guerra», mentre la cattura nei giorni scorsi di una petroliera iraniana è stata denunciata come violazione della fragile tregua appena prorogata. Gli Stati Uniti, al contrario, accusano l’Iran di aver attaccato navi commerciali nello stretto, dimostrando – secondo l’ottica di Washington – la scarsa affidabilità del cessate il fuoco. L’escalation si è ulteriormente aggravata quando la Marina iraniana ha annunciato il sequestro di due portacontainer, alimentando il ciclo di rappresaglie.
Per gli analisti di Bruxelles, lo Stretto di Ormuz resta il nodo strategico più sensibile per la sicurezza energetica europea. L’Italia, che importa attraverso il canale una quota significativa del proprio greggio e gas liquefatto, osserva con crescente apprensione il deterioramento della situazione. Una chiusura prolungata dello stretto – o anche solo un suo restringimento – provocherebbe un’impennata dei prezzi e metterebbe a rischio le forniture invernali. Le diplomazie europee stanno cercando di mantenere un canale di dialogo, ma la postura di Trump, che alterna minacce bellicose e aperture al negoziato, rende ogni previsione incerta.
In questo contesto, la possibilità di una ripresa dei colloqui – accennata dallo stesso presidente americano a poche ore dall’ordine di fuoco – appare insieme un’ancora di salvezza e un paradosso. La tregua, già fragile, potrebbe reggere solo se entrambe le parti eviteranno incidenti in grado di innescare una reazione a catena. Ma la logica dei colpi di pressione, con le mine marine e i sequestri di navi, sembra aver preso il sopravvento sulla diplomazia. Il vero nodo, per gli osservatori internazionali, è capire se l’ultimatum di Trump sia l’atto finale di una strategia di coercizione o l’antipasto di un conflitto aperto che nessuno, a cominciare dall’Europa, può permettersi.
Allarga lo sguardo
Attacco missilistico russo su Kiev: 17 morti, nessun intercettore ha funzionato
3 lingue · 71 testate
Da Economy & MarketsSpaceX, ricavi quasi raddoppiati ma la maxi-spesa sull’IA frena Wall Street
1 lingua · 31 testate
Da TechnologyLo stadio superiore di un Falcon 9 ha impattato la Luna: un cratere involontario e un’occasione scientifica
7 lingue · 44 testate