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sabato 2 maggio 2026

Trump ordina il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania: la crisi con Merz scuote la Nato

Il Pentagono ha annunciato venerdì il ritiro di circa cinquemila militari statunitensi dalla Germania, una decisione che riporta la presenza americana in Europa ai livelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina. L’ordine, firmato dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, arriva dopo una settimana di tensioni esplosive tra il presidente Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, reo di aver definito «umiliante» la posizione negoziale degli Stati Uniti nella guerra con l’Iran. Da Washington, i toni sono stati senza precedenti: un alto funzionario del Pentagono ha bollato le parole di Merz come «inappropriate e controproducenti», mentre Trump ha replicato accusando la Germania di non sostenere adeguatamente lo sforzo bellico americano. Il provvedimento, che sarà completato in un arco di sei-dodici mesi, interessa circa il quindici per cento dei trentaseimila soldati Usa di stanza in Germania, cuore logistico del comando europeo e africano a stelle e strisce.

A Berlino, la reazione è stata misurata ma ferma. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha definito la mossa «prevista», sottolineando che l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. La Germania, ha ricordato, sta già aumentando l’organico della Bundeswehr da centottantacinquemila a duecentosessantamila unità. Da Bruxelles, la Nato si è limitata a dichiarare che avvierà consultazioni con Washington per «comprendere meglio» i termini del disimpegno. Gli analisti europei guardano con preoccupazione a questa frattura: il ritiro, sebbene parziale, rappresenta un segnale allarmante per l’architettura di difesa del continente, proprio mentre il conflitto in Iran entra nel terzo mese senza una chiara strategia di uscita.

Oltre alle ripercussioni militari, la vicenda ha un peso politico ed economico non trascurabile. Le basi americane in Germania generano un indotto stimato in miliardi di euro, e il loro ridimensionamento potrebbe incidere sulle economie regionali. Per l’Italia, che ospita circa tredicimila soldati Usa – secondo contingente in Europa dopo la Germania – la scelta di Trump riecheggia come un monito: il presidente americano non esita a punire gli alleati che osano dissentire. La partita, del resto, non si gioca solo sul piano militare. La stessa amministrazione Trump ha minacciato dazi doganali sulle auto europee, e il clima commerciale si è irrigidito.

Guardando avanti, lo scenario che si delinea è incerto. Da un lato, il ritiro potrebbe accelerare i piani europei per una difesa comune, un tema da anni al centro del dibattito continentale. Dall’altro, rischia di indebolire la deterrenza Nato proprio mentre Mosca e Pechino osservano con attenzione ogni crepa nell’alleanza. La domanda, a questo punto, è se si tratti di una ritorsione passeggera o dell’inizio di un progressivo disimpegno americano dall’Europa. La risposta, probabilmente, dipenderà dall’evoluzione della guerra in Iran e dalla capacità di Merz di ricucire uno strappo che ha già superato i confini della diplomazia ordinaria.

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sabato 2 maggio 2026

Trump ordina il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania: la crisi con Merz scuote la Nato

Il Pentagono ha annunciato venerdì il ritiro di circa cinquemila militari statunitensi dalla Germania, una decisione che riporta la presenza americana in Europa ai livelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina. L’ordine, firmato dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, arriva dopo una settimana di tensioni esplosive tra il presidente Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, reo di aver definito «umiliante» la posizione negoziale degli Stati Uniti nella guerra con l’Iran. Da Washington, i toni sono stati senza precedenti: un alto funzionario del Pentagono ha bollato le parole di Merz come «inappropriate e controproducenti», mentre Trump ha replicato accusando la Germania di non sostenere adeguatamente lo sforzo bellico americano. Il provvedimento, che sarà completato in un arco di sei-dodici mesi, interessa circa il quindici per cento dei trentaseimila soldati Usa di stanza in Germania, cuore logistico del comando europeo e africano a stelle e strisce.

A Berlino, la reazione è stata misurata ma ferma. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha definito la mossa «prevista», sottolineando che l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. La Germania, ha ricordato, sta già aumentando l’organico della Bundeswehr da centottantacinquemila a duecentosessantamila unità. Da Bruxelles, la Nato si è limitata a dichiarare che avvierà consultazioni con Washington per «comprendere meglio» i termini del disimpegno. Gli analisti europei guardano con preoccupazione a questa frattura: il ritiro, sebbene parziale, rappresenta un segnale allarmante per l’architettura di difesa del continente, proprio mentre il conflitto in Iran entra nel terzo mese senza una chiara strategia di uscita.

Oltre alle ripercussioni militari, la vicenda ha un peso politico ed economico non trascurabile. Le basi americane in Germania generano un indotto stimato in miliardi di euro, e il loro ridimensionamento potrebbe incidere sulle economie regionali. Per l’Italia, che ospita circa tredicimila soldati Usa – secondo contingente in Europa dopo la Germania – la scelta di Trump riecheggia come un monito: il presidente americano non esita a punire gli alleati che osano dissentire. La partita, del resto, non si gioca solo sul piano militare. La stessa amministrazione Trump ha minacciato dazi doganali sulle auto europee, e il clima commerciale si è irrigidito.

Guardando avanti, lo scenario che si delinea è incerto. Da un lato, il ritiro potrebbe accelerare i piani europei per una difesa comune, un tema da anni al centro del dibattito continentale. Dall’altro, rischia di indebolire la deterrenza Nato proprio mentre Mosca e Pechino osservano con attenzione ogni crepa nell’alleanza. La domanda, a questo punto, è se si tratti di una ritorsione passeggera o dell’inizio di un progressivo disimpegno americano dall’Europa. La risposta, probabilmente, dipenderà dall’evoluzione della guerra in Iran e dalla capacità di Merz di ricucire uno strappo che ha già superato i confini della diplomazia ordinaria.

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