
Trump ritira 5.000 soldati dalla Germania: la rappresaglia che incrina la Nato
Il Pentagono ha ufficializzato venerdì la decisione di ritirare circa cinquemila soldati americani dalla Germania, una mossa che sarà completata entro un anno e che segna un’ulteriore frattura nella solidarietà atlantica. A scatenare la rappresaglia è stato lo scontro verbale tra Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale aveva definito «umiliante» la posizione negoziale degli Stati Uniti nei colloqui con l’Iran e accusato Washington di combattere «senza una strategia». Per i funzionari della difesa statunitense, quelle parole sono state «inappropriate e controproducenti». Il disimpegno, che riporta la presenza americana in Europa ai livelli precedenti l’invasione russa dell’Ucraina, non è una semplice riconfigurazione logistica: è un monito politico lanciato a Berlino e, per estensione, a tutti gli alleati europei.
L’annuncio arriva in un clima di tensioni moltiplicate. Trump ha già minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e in Spagna, mentre nuovi dazi al 25% su auto e camion europei entreranno in vigore nella prossima settimana. Dal punto di vista di Bruxelles, il messaggio è inequivocabile: la Casa Bianca intende punire chi non si allinea alla sua guerra in Medio Oriente, considerata dagli europei un’iniziativa unilaterale priva di copertura Nato. Per gli analisti di Londra e Parigi, il gesto apre uno scenario pericoloso: se il contingente tedesco – che oggi conta circa 36.000 effettivi, il più grande del continente – viene ridimensionato per ragioni punitive, l’intera architettura di difesa collettiva potrebbe essere rimessa in discussione. La scelta, inoltre, avviene mentre la Germania sta cercando di rafforzare il proprio impegno nella deterrenza verso la Russia, un paradosso che rischia di minare proprio la credibilità del fianco orientale.
Oltre alla dimensione politica, il ritiro ha implicazioni concrete. Le basi in Germania – Ramstein, la Landstuhl Medical Center, il comando europeo – non sono solo simboli: sono hub logistici vitali per ogni operazione in Africa e in Medio Oriente. La loro perdita parziale potrebbe costringere Washington a rinegoziare accordi con altri alleati, aumentando la pressione su paesi come l’Italia, che già ospita le basi di Aviano e Sigonella. Nella prospettiva di Mosca, ogni segno di frizione all’interno della Nato è una vittoria strategica: il Cremlino osserva con interesse un presidente americano che sembra più concentrato a punire gli alleati che a contrastare le minacce comuni. Pechino, dal canto suo, vede nella riduzione delle forze statunitensi in Europa un’opportunità per spostare l’attenzione di Washington verso l’Indo-Pacifico.
A questo punto, la domanda che si pongono i governi europei è se il taglio annunciato sia un episodio isolato o l’inizio di un progressivo disimpegno americano dal vecchio continente. Trump ha già tentato una mossa simile nel 2020, salvo poi essere bloccato da Joe Biden. Oggi, con un Congresso diviso e un’opinione pubblica stanca delle guerre all’estero, l’ipotesi di uno smantellamento della presenza Usa in Europa non è più un’eresia. Per l’Italia e per l’Unione, il messaggio è chiaro: il tempo della delega alla sicurezza americana potrebbe essere finito. Resta da vedere se l’Europa saprà trasformare questa crisi in uno slancio verso un’autonomia strategica reale, o se si limiterà a subire, come ha fatto finora, le scelte unilaterali di un alleato sempre più inaffidabile.
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