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sabato 25 aprile 2026

Trump sbeffeggia Harry, il fronte si riaccende: così l’America inverte la rotta sull’Ucraina

La frecciata è arrivata con un sorriso carico di sarcasmo, a pochi giorni dall’incontro con re Carlo III in programma in America. Donald Trump ha liquidato l’intervento del principe Harry a Kiev definendolo irrilevante, anzi, addirittura usurpatore: «Non sta parlando per il Regno Unito, questo è certo. Credo di parlare io per il Regno Unito più di quanto faccia lui».

Parole che a Londra hanno gelato la vigilia della visita di Stato, confermando la natura ormai imprevedibile del dialogo transatlantico. Il duca di Sussex si era presentato nella capitale ucraina con un appello accorato affinché gli Stati Uniti «onorino i propri obblighi internazionali non per carità, ma per il ruolo duraturo che hanno nella sicurezza e nella stabilità globale». Senza mai nominare il tycoon, Harry ha chiesto leadership, non elemosina.

E Trump ha reagito trascinando la questione sul piano personale, con un saluto beffardo alla moglie Meghan: «Come sta? Le porti i miei omaggi». Nelle cancellerie europee, e in particolare a Bruxelles, il gesto è stato letto come un sintomo della distanza crescente fra la retorica della Casa Bianca e la sostanza degli impegni presi con gli alleati.

Per i funzionari dell’Eliseo e di Palazzo Chigi, abituati a misurare le parole nei comunicati congiunti, l’episodio mostra quanto fragile sia diventata la dinamica Nato quando un’uscita estemporanea può incrinare la coreografia di un royal tour. L’Italia, che sotto il governo Meloni ha mantenuto un profilo atlantista senza rinunciare agli appelli per la de-escalation, osserva con apprensione gli scossoni che possono allontanare Washington dal dossier ucraino proprio mentre il terreno si fa più instabile. Perché mentre i riflettori erano puntati su questo scontro verbale, sul campo le cose si muovevano con una violenza chirurgica.

A Donetsk occupata, un attacco con droni di fabbricazione ucraina – i modelli FP-2 prodotti dall’azienda Fire Point – ha centrato un posto di comando dell’Fsb, l’agenzia di sicurezza russa erede del Kgb. Secondo il comandante delle forze aviotrasportate di Kiev, Robert Brovdi, l’operazione ha eliminato almeno dodici ufficiali e ne ha feriti quindici, colpendo il centro nevralgico che coordinava azioni di sabotaggio, reclutamento e attentati dietro le linee. L’ottica di Kiev è chiara: portare la guerra nel cuore dell’apparato repressivo nemico, dimostrando che la capacità offensiva non dipende dal ritmo incerto degli aiuti occidentali.

Dagli ambienti della Difesa a Mosca, invece, si minimizza, ma la perdita di personale specializzato dell’Fsb rappresenta un colpo simbolico e operativo che complica il controllo del territorio. L’episodio offre una sponda narrativa a chi, nei think tank di Washington, insiste sulla necessità di non abbandonare l’Ucraina: una guerra di logoramento combattuta con droni a basso costo può cambiare gli equilibri anche quando i carri armati sono fermi al Donbass. Eppure, proprio mentre Kiev rivendica successi tattici, l’atteggiamento di Trump riapre una ferita più ampia.

La sua disponibilità a minimizzare gli impegni presi con gli alleati – e a mettere in dubbio persino la rappresentatività della famiglia reale britannica – lascia intravedere un’America che riscrive le priorità a colpi di tweet. Londra si prepara ad accogliere Carlo e Camilla di ritorno da una visita di Stato che avrebbe dovuto rafforzare i legami storici, ma rischia invece di esporre la distanza siderale fra la vecchia diplomazia del protocollo e la nuova diplomazia del palcoscenico. Nell’Europa continentale, e in Italia in particolare, ci si domanda se la strategia di contenimento verso Mosca possa reggere senza un partner americano disposto non solo a finanziare, ma anche a incarnare simbolicamente la resistenza ucraina.

La convergenza di queste due vicende – lo sfottò presidenziale e il drone che colpisce l’Fsb – compone un mosaico allarmante: da un lato l’Occidente litiga sulla voce che deve parlare per l’Ucraina, dall’altro la Russia scopre che il conflitto si avvicina sempre più ai gangli interni del suo apparato di sicurezza. Il futuro prossimo dirà se il re-incontro tra Trump e Carlo III servirà a ricucire o se, al contrario, consacrerà un’inversione di rotta irreversibile. Nel frattempo, il suono dei droni su Donetsk ricorda che la guerra non aspetta né protocolli né battute al vetriolo.

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Trump sbeffeggia Harry, il fronte si riaccende: così l’America inverte la rotta sull’Ucraina

La frecciata è arrivata con un sorriso carico di sarcasmo, a pochi giorni dall’incontro con re Carlo III in programma in America. Donald Trump ha liquidato l’intervento del principe Harry a Kiev definendolo irrilevante, anzi, addirittura usurpatore: «Non sta parlando per il Regno Unito, questo è certo. Credo di parlare io per il Regno Unito più di quanto faccia lui».

Parole che a Londra hanno gelato la vigilia della visita di Stato, confermando la natura ormai imprevedibile del dialogo transatlantico. Il duca di Sussex si era presentato nella capitale ucraina con un appello accorato affinché gli Stati Uniti «onorino i propri obblighi internazionali non per carità, ma per il ruolo duraturo che hanno nella sicurezza e nella stabilità globale». Senza mai nominare il tycoon, Harry ha chiesto leadership, non elemosina.

E Trump ha reagito trascinando la questione sul piano personale, con un saluto beffardo alla moglie Meghan: «Come sta? Le porti i miei omaggi». Nelle cancellerie europee, e in particolare a Bruxelles, il gesto è stato letto come un sintomo della distanza crescente fra la retorica della Casa Bianca e la sostanza degli impegni presi con gli alleati.

Per i funzionari dell’Eliseo e di Palazzo Chigi, abituati a misurare le parole nei comunicati congiunti, l’episodio mostra quanto fragile sia diventata la dinamica Nato quando un’uscita estemporanea può incrinare la coreografia di un royal tour. L’Italia, che sotto il governo Meloni ha mantenuto un profilo atlantista senza rinunciare agli appelli per la de-escalation, osserva con apprensione gli scossoni che possono allontanare Washington dal dossier ucraino proprio mentre il terreno si fa più instabile. Perché mentre i riflettori erano puntati su questo scontro verbale, sul campo le cose si muovevano con una violenza chirurgica.

A Donetsk occupata, un attacco con droni di fabbricazione ucraina – i modelli FP-2 prodotti dall’azienda Fire Point – ha centrato un posto di comando dell’Fsb, l’agenzia di sicurezza russa erede del Kgb. Secondo il comandante delle forze aviotrasportate di Kiev, Robert Brovdi, l’operazione ha eliminato almeno dodici ufficiali e ne ha feriti quindici, colpendo il centro nevralgico che coordinava azioni di sabotaggio, reclutamento e attentati dietro le linee. L’ottica di Kiev è chiara: portare la guerra nel cuore dell’apparato repressivo nemico, dimostrando che la capacità offensiva non dipende dal ritmo incerto degli aiuti occidentali.

Dagli ambienti della Difesa a Mosca, invece, si minimizza, ma la perdita di personale specializzato dell’Fsb rappresenta un colpo simbolico e operativo che complica il controllo del territorio. L’episodio offre una sponda narrativa a chi, nei think tank di Washington, insiste sulla necessità di non abbandonare l’Ucraina: una guerra di logoramento combattuta con droni a basso costo può cambiare gli equilibri anche quando i carri armati sono fermi al Donbass. Eppure, proprio mentre Kiev rivendica successi tattici, l’atteggiamento di Trump riapre una ferita più ampia.

La sua disponibilità a minimizzare gli impegni presi con gli alleati – e a mettere in dubbio persino la rappresentatività della famiglia reale britannica – lascia intravedere un’America che riscrive le priorità a colpi di tweet. Londra si prepara ad accogliere Carlo e Camilla di ritorno da una visita di Stato che avrebbe dovuto rafforzare i legami storici, ma rischia invece di esporre la distanza siderale fra la vecchia diplomazia del protocollo e la nuova diplomazia del palcoscenico. Nell’Europa continentale, e in Italia in particolare, ci si domanda se la strategia di contenimento verso Mosca possa reggere senza un partner americano disposto non solo a finanziare, ma anche a incarnare simbolicamente la resistenza ucraina.

La convergenza di queste due vicende – lo sfottò presidenziale e il drone che colpisce l’Fsb – compone un mosaico allarmante: da un lato l’Occidente litiga sulla voce che deve parlare per l’Ucraina, dall’altro la Russia scopre che il conflitto si avvicina sempre più ai gangli interni del suo apparato di sicurezza. Il futuro prossimo dirà se il re-incontro tra Trump e Carlo III servirà a ricucire o se, al contrario, consacrerà un’inversione di rotta irreversibile. Nel frattempo, il suono dei droni su Donetsk ricorda che la guerra non aspetta né protocolli né battute al vetriolo.

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