
Ungheria, finisce l’era Orbán: il nuovo governo Magyar giura tra gesti di rottura
Il premier Péter Magyar forma il primo esecutivo non orbániano in sedici anni. I ministri boicottano la foto con il presidente: segnali di disgelo con Bruxelles.
Il passaggio di consegne più atteso in Europa orientale si è consumato a Budapest con una cesura netta e simbolica. Il presidente Tamás Sulyok ha firmato il decreto di nomina dei sedici ministri del nuovo governo guidato da Péter Magyar, leader del partito Tisza, ma la tradizionale foto di rito nel palazzo Sándor è saltata: quasi tutti i componenti dell’esecutivo hanno rifiutato di posare accanto al capo dello Stato. Solo il ministro dell’Agricoltura, Szabolcs Bóna, si è presentato. Un gesto che, agli occhi degli analisti di Bruxelles, conferma la volontà di rompere con le pratiche di un sistema politico che per sedici anni ha ruotato attorno alla figura di Viktor Orbán.
La svolta più eclatante riguarda la politica estera. Alla guida della diplomazia ungherese è stata chiamata Anita Orbán – donna, europeista convinta, autrice di un saggio sul nuovo imperialismo russo – che prende il posto di Péter Szijjártó, fedelissimo dell’ex premier e noto per i suoi rapporti privilegiati con Mosca. Nell’ottica del Cremlino, la perdita di un alleato così stretto dentro l’Unione rappresenta un rovescio strategico. Budapest, sotto la nuova gestione, intende ricucire i rapporti con Bruxelles e invertire la rotta filorussa che aveva isolato il paese in ambito comunitario.
Sul fronte interno, la ministra della Giustizia Márta Görög ha annunciato la revisione delle leggi che limitano l’accesso ai contenuti per le persone LGTBIQ+, dichiarate dal Tribunale dell’Unione Europea in contrasto con il diritto comunitario. È un passo concreto per sbloccare i fondi europei congelati a causa delle derive illiberali di Orbán. Secondo gli osservatori di Budapest, Magyar cerca di riequilibrare il profilo del paese senza però alienare del tutto l’elettorato conservatore: una linea sottile, che sarà messa alla prova nei prossimi mesi.
L’avvicendamento apre uno scenario inedito per l’Europa. Da una parte, Bruxelles intravede la possibilità di recuperare un partner strategico nel cuore del continente, finora ostaggio di veti e provocazioni. Dall’altra, il nuovo esecutivo deve dimostrare di saper governare senza cadere nelle tentazioni populiste che hanno segnato l’epoca precedente. Se la transizione reggerà, l’Ungheria potrebbe diventare un banco di prova per un’alternativa credibile al modello sovranista, con implicazioni che vanno ben oltre i confini magiari.
| Stampa russa e CSI | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | +0.60 | aligned |
La stampa russa descrive il nuovo governo ungherese con toni distaccati, sottolineando le tensioni cerimoniali come il rifiuto dei ministri di farsi fotografare con il presidente. L’enfasi è sulla continuità formale del passaggio di potere, senza giudizi espliciti sulla svolta europeista, ma con un implicito scetticismo verso la rottura con l’eredità di Orbán.
La stampa europea continentale celebra la svolta filo-UE del nuovo governo ungherese, sottolineando il contrasto tra la nuova ministra degli Esteri, critica verso Mosca, e il suo predecessore filorusso. Viene evidenziata la revisione delle leggi anti-LGBTQI+ per sbloccare i fondi comunitari, inquadrando il cambiamento come una vittoria della legalità europea e un passo strategico per il futuro del paese.
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