
Dazi Usa, 25 stati fanno causa a Trump: “Pretesto per ripristinare le tariffe bocciate dalla Corte Suprema”
La coalizione a guida democratica contesta le nuove imposte del 10-12,5% su sessanta partner commerciali, entrate in vigore il 24 luglio, sostenendo che violano la legge sul commercio e servono solo a eludere i precedenti stop giudiziari.
Venticinque stati americani, quasi tutti governati da democratici, hanno presentato lunedì un ricorso presso la Corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti contro l’ultima tornata di dazi imposta dall’amministrazione Trump. Le nuove tariffe, pari al 10 o al 12,5 per cento a seconda del paese, colpiscono sessanta partner commerciali – tra cui l’Unione Europea, la Cina, l’India, il Giappone e il Brasile – e sono entrate in vigore il 24 luglio, proprio alla scadenza di un precedente dazio globale temporaneo del 10 per cento. Secondo gli stati ricorrenti, la Casa Bianca utilizza la lotta al lavoro forzato come mero pretesto per reintrodurre barriere doganali ad ampio spettro che la Corte Suprema aveva già dichiarato illegittime lo scorso febbraio.
L’azione legale, guidata dalla procuratrice generale di New York Letitia James, sostiene che il presidente abbia ecceduto i poteri conferiti dalla Sezione 301 del Trade Act del 1974, norma pensata per rispondere a pratiche commerciali sleali specifiche e non per imporre dazi generalizzati su quasi la totalità delle importazioni americane (il 99 per cento, secondo i dati citati nel ricorso). I procuratori generali denunciano un’indagine affrettata, condotta in soli due mesi e mezzo, e l’assenza di un meccanismo che consenta ai paesi sanzionati di ottenere la revoca delle tariffe qualora pongano fine alle pratiche contestate. La Casa Bianca, per bocca del portavoce Kush Desai, difende invece i dazi come strumento legittimo per eliminare atti e politiche irragionevoli che gravano sul commercio statunitense, ricordando che le tariffe ex Sezione 301 hanno già resistito ai ricorsi giudiziari durante il primo mandato di Trump.
La vicenda si inserisce in una sequenza di sconfitte legali per la politica commerciale dell’amministrazione. A febbraio la Corte Suprema aveva stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) non autorizzava i dazi universali imposti in precedenza, costringendo il governo a rimborsare gli importatori. Trump aveva allora introdotto un dazio temporaneo del 10 per cento ai sensi della Sezione 122 della stessa legge sul commercio, misura anch’essa dichiarata illegale da un tribunale specializzato ma rimasta in vigore durante l’appello, fino alla scadenza del 24 luglio. I nuovi dazi ex Sezione 301 rappresentano dunque il terzo tentativo di mantenere un regime tariffario di ampia portata, e gli stati chiedono ora al giudice di sospenderne immediatamente l’applicazione, dichiararli nulli e disporre il rimborso di quanto già versato.
Per l’Italia e l’Europa, la vertenza ha un riflesso diretto: l’Unione Europea figura tra i partner colpiti dalla tariffa del 10 per cento, con la motivazione che le sue norme contro il lavoro forzato, pur esistenti, non sarebbero applicate in modo sufficientemente efficace. Il ricorso dei venticinque stati si aggiunge a due azioni legali già avviate a luglio da piccole imprese americane, le quali contestano la mancanza di un’analisi specifica per ciascuna economia e l’assenza di un nesso causale tra i dazi e l’eliminazione del lavoro forzato. Il dossier è ora all’esame della Corte per il commercio internazionale di New York, che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva, mentre le tariffe restano in vigore.
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.50 | critical |
Gli stati democratici difendono lo stato di diritto contro un presidente che abusa del suo potere.
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Il riferimento ripetuto a 'ugualmente illegale' e alle precedenti sentenze della Corte Suprema crea una continuità giuridica che fa apparire i nuovi dazi chiaramente invalidi.
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