
Zelensky accusa la Russia di terrorismo nucleare nell’anniversario di Chernobyl, tra nuovi raid mortali
Nel quarantesimo anniversario del disastro di Chernobyl, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un’allerta carica di memoria e di angoscia: la Russia, ha detto, pratica «terrorismo nucleare», portando di nuovo il mondo sull’orlo di una catastrofe provocata dall’uomo. Mentre pronunciava quelle parole, un’altra ondata di droni Shahed di fabbricazione iraniana e missili russi colpiva città ucraine, uccidendo almeno sedici persone, secondo le autorità locali: nove a Dnipro e due nella regione di Sumy, a pochi chilometri dal confine. Sul fronte opposto, un attacco ucraino con droni su Sebastopoli, in Crimea occupata, provocava una vittima, alimentando una spirale che rende ogni anniversario un bollettino di guerra.
La centrale di Chernobyl, teatro della peggiore catastrofe nucleare civile della storia, è tornata a essere un fronte silenzioso ma esplosivo. L’anno scorso un drone russo ha colpito il sarcofago di protezione del reattore esploso, e ancora oggi i velivoli senza pilota sorvolano regolarmente l’area. Kiev denuncia una deliberata violazione delle norme di sicurezza atomica; Mosca non commenta ufficialmente, ma l’ottica russa resta quella di una guerra convenzionale nella quale gli impianti nucleari diventano terreni di scontro o di ricatto. La memoria del 26 aprile 1986, quando l’esplosione del reattore numero quattro liberò una nube radioattiva che investì l’Europa intera, rende inquietante questa nuova normalità bellica.
L’Europa osserva con una memoria dolorosa che tocca direttamente l’Italia. La nube di Chernobyl nel 1986 impose divieti su latte, verdure a foglia larga e carni, alterando per anni la percezione pubblica dell’energia atomica. Oggi gli analisti di Bruxelles mettono in guardia: la struttura di confinamento costruita con fondi internazionali non è progettata per resistere a impatti bellici, e un incidente, anche minore, potrebbe rilasciare materiale radioattivo con conseguenze transfrontaliere. In un conflitto che si sta cronicizzando, il rischio per impianti come Zaporizhzhia – occupato dalle forze russe – rappresenta una spada di Damocle sull’architettura di sicurezza del continente, ancor più in un’Italia che, per posizione geografica e legami energetici, sarebbe comunque esposta a eventuali nuovi fallout.
Da Washington a Pechino, la reazione è cauta. Gli Stati Uniti e gli alleati NATO continuano a sostenere l’Ucraina con armi e intelligence, ma mostrano riluttanza a definire pubblicamente una soglia di “incidente nucleare” come linea rossa, temendo un’escalation incontrollabile. L’ottica di Pechino, che propone piani di pace senza condanna esplicita dell’invasione, sottolinea la necessità di proteggere le centrali ma senza attribuire responsabilità unilaterali, cercando un ruolo di mediatore. Il bilancio quotidiano delle vittime civili – da Dnipro a Sumy, dalla Crimea a Belgorod – mostra intanto una guerra che non risparmia nessuno, con un tragico contatore che sale di ora in ora e consegna all’opinione pubblica mondiale l’immagine di un conflitto dove il rischio nucleare non è più solo metafora.
Il quarantesimo anniversario di Chernobyl si chiude così con un paradosso amaro: la più grande lezione di prudenza nucleare della storia moderna non è bastata a impedire che la guerra riportasse l’incubo radioattivo nel cuore dell’Europa. Se la diplomazia internazionale non riuscirà a imporre un cessate il fuoco che includa una zona demilitarizzata intorno agli impianti nucleari, la denuncia di “terrorismo nucleare” rischia di tramutarsi nella cronaca di una nuova contaminazione senza confini, capace di colpire ancora una volta, come quarant’anni fa, l’Italia e l’intero continente. La memoria di Chernobyl, oggi, è un monito che la guerra ha cancellato ogni illusione di immunità dal rischio atomico civile.
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