
A Gaza si vota per la prima volta dal 2006: un test per Hamas tra macerie e topi
Sabato a Deir al-Balah, una delle poche città della Striscia non invase dalle truppe israeliane durante la guerra, si terranno le prime elezioni municipali a Gaza dal 2006. Un voto che, per quanto circoscritto, rappresenta il primo termometro della popolarità di Hamas dopo il conflitto e il fragile cessate il fuoco dell’ottobre 2025. La consultazione, voluta dall’Autorità Nazionale Palestinese, è stata presentata come un gesto di unità nazionale contro il piano americano che, secondo Ramallah, mira a separare Gaza dalla Cisgiordania.
Ma il clima in cui si svolge è desolante: sei mesi dopo la tregua, la Striscia è ancora un cumulo di macerie e miseria. Come racconta da Khan Younis un operaio edile di 32 anni, non sono più le bombe a tenere svegli i suoi figli, ma i topi e le pulci che infestano le tende dei campi profughi, privi di acqua e servizi igienici. Le Nazioni Unite contano oltre 72mila morti palestinesi dall’inizio delle ostilità, mentre i blocchi israeliani agli aiuti umanitari e i continui attacchi aerei rendono la vita impossibile anche dopo la fine ufficiale delle ostilità.
La comunità internazionale, distratta da nuovi focolai in Medio Oriente, sembra aver dimenticato Gaza. Sul fronte economico, il conflitto ha prodotto danni a catena in tutta la regione. Secondo gli analisti di Beirut, il Libano ha subito perdite per 14 miliardi di dollari, mentre il collasso finanziario del 2019 si è aggravato.
La Siria, già devastata da tredici anni di guerra civile, ha visto la caduta del regime di Assad e l’ascesa di Ahmad al-Sharaa, in un quadro reso ancora più opaco dalle sanzioni internazionali. L’Egitto, pur senza subire distruzioni fisiche dirette, ha visto la propria economia fragile esposta a tensioni diplomatiche e alla pressione dei rifugiati. La Giordania, fedele al ruolo di mediatore umanitario, ha mantenuto un ospedale da campo a Gaza e si è opposta con fermezza a qualsiasi piano di trasferimento forzato dei palestinesi, ritirando l’ambasciatore da Tel Aviv.
Anche l’economia israeliana ha pagato un prezzo altissimo: 1.671 morti israeliani, una mobilitazione militare senza precedenti e un costo bellico che ha intaccato la crescita senza però spezzare il sistema. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il voto di Deir al-Balah non è solo un test locale: è l’ennesimo segnale che senza una prospettiva politica credibile per i palestinesi, la Striscia resterà una polveriera pronta a esplodere. Il futuro, dicono gli osservatori di Bruxelles, dipenderà dalla capacità di Hamas di riconvertirsi in forza politica o dalla volontà della comunità internazionale di imporre una soluzione che esca dalla logica dell’emergenza umanitaria.
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