
L'Ucraina riattiva i flussi petroliferi e corteggia Trump con l'idea di un “Donnyland” nel Donbass
L'Ucraina ha messo in campo una doppia mossa diplomatica che intreccia pragmatismo energetico e azzardo simbolico. Da un lato, ha annunciato la ripresa delle forniture di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia attraverso l'oleodotto Druzhba, dopo settimane di tensioni con Budapest che avevano messo in allarme Bruxelles. Dall'altro, secondo quanto emerso dai colloqui di pace e riportato dal New York Times, i negoziatori di Kiev avrebbero proposto di ribattezzare “Donnyland” una striscia contesa del Donbass, lunga circa ottanta chilometri e larga sessantacinque, in onore del presidente americano Donald Trump. L'accostamento con Disneyland è immediato, ma il territorio – devastato da anni di combattimenti, punteggiato da miniere di carbone e negozietti di fortuna – non ha nulla di fiabesco. Eppure, come osservano gli analisti di Bruxelles, l'iniziativa riflette una realtà globale in cui i governi fanno leva sulla vanità del tycoon per ottenere il sostegno di Washington, in un gioco di specchi che trasforma un campo di battaglia in un potenziale strumento di corteggiamento politico.
La mossa petrolifera ha un sapore più concreto: Kiev aveva interrotto i flussi verso l'Ungheria, scatenando le ire del premier Orbán, tradizionalmente vicino al Cremlino. Ora, riattivando le forniture, l'Ucraina cerca di allentare le pressioni ungheresi e slovacche sull'Unione Europea, mentre i negoziati di pace entrano in una fase delicata. Da Mosca, la reazione è stata di scetticismo: la propaganda russa ha subito etichettato la proposta Donnyland come un ennesimo tentativo di ingraziarsi Trump, privo di sostanza. Secondo i commentatori tedeschi citati da Spiegel, simili “politiche di seduzione” rischiano di rivelarsi inefficaci nel momento in cui si arriverà al dunque, quando la posta in gioco sarà la sovranità territoriale ucraina.
Nell'ottica di Pechino, queste mosse appaiono come manovre disperate di un Paese che cerca di ritagliarsi uno spazio in un panorama geopolitico sempre più polarizzato, dove la Cina osserva con cautela le oscillazioni della politica americana. Per l'Italia e l'Europa, la vicenda ha implicazioni immediate: la ripresa del petrolio russo attraverso l'Ucraina riduce i rischi di una nuova crisi energetica, ma il riaccendersi della retorica territoriale potrebbe complicare la posizione dell'Unione, divisa tra il sostegno a Kiev e la necessità di non alienarsi l'amministrazione Trump. L'idea di un Donnyland, per quanto eccentrica, ha già generato una bandiera verde-oro e un inno composto dall'intelligenza artificiale, a testimonianza della duttilità della diplomazia ucraina.
Guardando avanti, gli analisti di Washington sottolineano che il vero test sarà nei prossimi mesi: se Trump accoglierà il gesto simbolico, potrebbe spingersi a garantire la sicurezza di quella porzione di Donbass, ma al prezzo di un ulteriore irrigidimento con Mosca. Per l'Ucraina, ogni strumento è valido pur di non cedere terreno, anche a costo di trasformare una terra martoriata in un parco a tema, in un equilibrio precario tra realismo e fantasia politica.
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