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Giustizia e Dirittogiovedì 11 giugno 2026

Afghanistan: sangue nelle proteste per il velo, mentre il Maghreb reprime i social

In Herat la polizia talebana spara sui manifestanti, uccidendo un bambino; in Algeria e Marocco arrestate influencer per discorsi d'odio e notizie false.

Le strade di Herat si sono macchiate di sangue. La repressione violenta delle proteste contro il nuovo giro di vite sull'abbigliamento femminile ha provocato almeno due morti, tra cui un bambino, e decine di arresti. Le forze talebane hanno avviato un'ondata di fermi di donne e ragazze con l'accusa di «hijab inappropriato», scatenando la reazione di cittadini che, attraverso appelli sui social, hanno chiesto manifestazioni per venerdì scorso. La polizia locale nega gli spari e gli arresti, ma minaccia interventi armati per garantire l'ordine pubblico. La comunità internazionale guarda con apprensione: a quasi due anni dalla presa del potere, i talebani inaspriscono il controllo sui corpi, rischiando di aggravare l'isolamento del Paese e di alimentare nuove ondate migratorie verso l'Europa.

Nel frattempo, dall'altra sponda del Mediterraneo, le autorità nordafricane serrano le maglie della libertà d'espressione digitale. Ad Algeri, una giovane donna è stata arrestata dalla polizia giudiziaria per aver diffuso su TikTok un video contenente discorsi d'odio contro il quartiere popolare di El Harrach. Gli inquirenti hanno sequestrato il telefono e, durante la perquisizione, hanno trovato anche modiche quantità di cannabis per uso personale. La sospettata è stata posta in custodia cautelare su ordine della procura di Bab El Oued. In Marocco, una trentenne attiva su Instagram è stata fermata con l'accusa di diffondere notizie false: aveva pubblicato un filmato in cui denunciava stupri di gruppo ai danni di quattordici minorenni all'interno di un convitto nella regione di Taounate. La magistratura l'ha rinviata a giudizio con detenzione provvisoria, chiudendola nel carcere locale in attesa del processo.

Queste vicende, pur distanti geograficamente, disegnano un asse repressivo che dalla teocrazia afghana si estende al Maghreb, dove i governi invocano la lotta alle fake news e all'odio online per giustificare arresti che spesso colpiscono voci scomode. Osservatori da Bruxelles rilevano un uso estensivo di leggi vaghe e reati di opinione per soffocare il dissenso, con il rischio di consolidare un clima di paura che spinge all'autocensura. Le ricadute per l'Europa sono evidenti: una regione instabile e autoritaria è foriera di flussi migratori incontrollati e mette in crisi le politiche di partenariato fondate sul rispetto dei diritti umani.

Il futuro immediato appare cupo. A Herat, le famiglie ignorano dove siano detenute le congiunte, mentre la minaccia di nuove proteste represse con la forza potrebbe incendiare un Paese già stremato. In Algeria e Marocco, le detenzioni preventive per condotte online creano un precedente allarmante, specie in un contesto di crescenti tensioni sociali. Per l'Unione Europea, il dilemma è stringente: continuare a finanziare regimi che imbrigliano le libertà fondamentali in nome della stabilità, oppure alzare la voce per difendere i diritti universali, consapevole che ogni silenzio viene interpretato come complicità.

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giovedì 11 giugno 2026

Afghanistan: sangue nelle proteste per il velo, mentre il Maghreb reprime i social

In Herat la polizia talebana spara sui manifestanti, uccidendo un bambino; in Algeria e Marocco arrestate influencer per discorsi d'odio e notizie false.

Le strade di Herat si sono macchiate di sangue. La repressione violenta delle proteste contro il nuovo giro di vite sull'abbigliamento femminile ha provocato almeno due morti, tra cui un bambino, e decine di arresti. Le forze talebane hanno avviato un'ondata di fermi di donne e ragazze con l'accusa di «hijab inappropriato», scatenando la reazione di cittadini che, attraverso appelli sui social, hanno chiesto manifestazioni per venerdì scorso. La polizia locale nega gli spari e gli arresti, ma minaccia interventi armati per garantire l'ordine pubblico. La comunità internazionale guarda con apprensione: a quasi due anni dalla presa del potere, i talebani inaspriscono il controllo sui corpi, rischiando di aggravare l'isolamento del Paese e di alimentare nuove ondate migratorie verso l'Europa.

Nel frattempo, dall'altra sponda del Mediterraneo, le autorità nordafricane serrano le maglie della libertà d'espressione digitale. Ad Algeri, una giovane donna è stata arrestata dalla polizia giudiziaria per aver diffuso su TikTok un video contenente discorsi d'odio contro il quartiere popolare di El Harrach. Gli inquirenti hanno sequestrato il telefono e, durante la perquisizione, hanno trovato anche modiche quantità di cannabis per uso personale. La sospettata è stata posta in custodia cautelare su ordine della procura di Bab El Oued. In Marocco, una trentenne attiva su Instagram è stata fermata con l'accusa di diffondere notizie false: aveva pubblicato un filmato in cui denunciava stupri di gruppo ai danni di quattordici minorenni all'interno di un convitto nella regione di Taounate. La magistratura l'ha rinviata a giudizio con detenzione provvisoria, chiudendola nel carcere locale in attesa del processo.

Queste vicende, pur distanti geograficamente, disegnano un asse repressivo che dalla teocrazia afghana si estende al Maghreb, dove i governi invocano la lotta alle fake news e all'odio online per giustificare arresti che spesso colpiscono voci scomode. Osservatori da Bruxelles rilevano un uso estensivo di leggi vaghe e reati di opinione per soffocare il dissenso, con il rischio di consolidare un clima di paura che spinge all'autocensura. Le ricadute per l'Europa sono evidenti: una regione instabile e autoritaria è foriera di flussi migratori incontrollati e mette in crisi le politiche di partenariato fondate sul rispetto dei diritti umani.

Il futuro immediato appare cupo. A Herat, le famiglie ignorano dove siano detenute le congiunte, mentre la minaccia di nuove proteste represse con la forza potrebbe incendiare un Paese già stremato. In Algeria e Marocco, le detenzioni preventive per condotte online creano un precedente allarmante, specie in un contesto di crescenti tensioni sociali. Per l'Unione Europea, il dilemma è stringente: continuare a finanziare regimi che imbrigliano le libertà fondamentali in nome della stabilità, oppure alzare la voce per difendere i diritti universali, consapevole che ogni silenzio viene interpretato come complicità.

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