
Sette ore di fermo per il bomber iracheno Hussein: è polemica ai Mondiali
Fermato all’aeroporto O’Hare, il trascinatore dell’Iraq subisce un duro interrogatorio. Il fotografo viene espulso. L’episodio riaccende il dibattito sui controlli Usa alle delegazioni mediorientali.
Appena atterrato a Chicago con la nazionale irachena per i Mondiali 2026, l’attaccante Aymen Hussein è stato trattenuto dalle autorità di frontiera statunitensi per quasi sette ore, sottoposto a interrogatorio e a un controllo approfondito del telefono cellulare. Hussein, trent’anni, è l’eroe della qualificazione irachena – suo il gol decisivo che ha riportato il Paese alla fase finale dopo decenni – e il suo fermo ha gettato un’ombra sull’arrivo della squadra, accolto all’alba da tifosi in festa. Solo al termine di un lungo confronto, il giocatore è stato rilasciato e ha potuto raggiungere i compagni in West Virginia, dove l’Iraq preparerà l’esordio nel girone con Francia, Norvegia e Senegal.
L’episodio ha coinvolto anche il fotografo ufficiale Talal Salah, trattenuto per oltre dieci ore e infine espulso, mentre la delegazione era costretta a proseguire senza i due. Secondo fonti vicine al Comitato olimpico iracheno, le procedure sono apparse sproporzionate e hanno alimentato il malcontento nella federazione. Nessuna comunicazione ufficiale è giunta dalle agenzie statunitensi per l’immigrazione, né dalla Federcalcio irachena, mentre circolavano voci – riportate da organi d’informazione arabi – di un possibile scambio di identità con un altro cittadino iracheno.
L’accaduto si inserisce in un clima di controlli frontali eccezionalmente rigorosi verso cittadini di Paesi mediorientali, già segnalato in occasione dell’arrivo della nazionale iraniana. La stampa latinoamericana e quella brasiliana hanno dato ampio risalto alla vicenda, sottolineando la dissonanza tra l’accoglienza festosa che un Mondiale dovrebbe garantire e il trattamento riservato a una figura simbolica del calcio iracheno. Analisti europei avvertono che simili incidenti potrebbero minare l’immagine di un evento globale che si propone di unire culture diverse.
Con l’inizio del torneo imminente, l’Iraq dovrà metabolizzare in fretta la tensione accumulata, mentre altre selezioni del Medio Oriente osservano con apprensione. Il caso Hussein solleva interrogativi sulla capacità degli Stati Uniti di coniugare la sicurezza nazionale con lo spirito di ospitalità che un grande evento sportivo esige. Nei prossimi giorni, eventuali reazioni diplomatiche e le scelte organizzative della FIFA potrebbero definire il tono di una Coppa del Mondo già segnata da inquietudini geopolitiche.
| Stampa iraniana e affini | −1.00 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa arabo levante-Maghreb | +0.10 | neutral |
L'amministrazione Trump ha aperto una nuova fase di sabotaggio, usando la polizia repressiva dell'ICE per trattenere il calciatore iracheno Aymen Hussein proprio all'inizio del Mondiale. Quelle stesse forze hanno ucciso cittadini americani nelle strade nei mesi scorsi, scatenando proteste di massa. È il primo atto deliberato di disturbo del torneo da parte della macchina violenta di Washington.
L'attaccante iracheno Aymen Hussein è stato fermato e interrogato per sette ore dalle autorità d'immigrazione statunitensi all'arrivo a Chicago per il Mondiale 2026. La delegazione irachena ha tentato di intercedere, ma è stato rilasciato solo dopo lunghe formalità burocratiche. L'episodio, carico di tensione, sembra essere stato un caso di scambio di persona.
Il fermo della stella irachena Aymen Hussein all'aeroporto di Chicago è stata una procedura di sicurezza di routine. Il giornalista sportivo Ali Nouri ha chiarito che il giocatore è stato sottoposto a controlli e interrogatori standard, che hanno causato alcune ore di ritardo prima di raggiungere la squadra. Nessun maltrattamento né motivo politico, solo un normale adempimento amministrativo.
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