
Cena con Netanyahu a Washington, il banchiere libanese rischia l'arresto
Un giudice di Beirut ha emesso un ordine di ricerca contro Antoun Sehnaoui per violazione della legge sul boicottaggio di Israele, dopo la diffusione di una foto con il premier israeliano.
Il banchiere libanese Antoun Sehnaoui è finito al centro di una bufera giudiziaria e politica dopo aver partecipato, lunedì sera a Washington, a una cena in onore del compianto senatore repubblicano Lindsey Graham alla presenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di sua moglie Sara. A diffondere l'immagine dell'incontro è stato il giornalista di Axios Barak Ravid sulla piattaforma X, scatenando immediate polemiche in Libano, dove ogni contatto con cittadini israeliani è vietato dalla legge del 1955 sul boicottaggio di Israele. Il giudice della Corte di Cassazione Ahmad Rami al-Hajj ha emesso un avviso di ricerca di trenta giorni nei confronti di Sehnaoui, disponendo che le forze di sicurezza lo identifichino e lo interroghino con l'accusa di «trattare con il nemico israeliano e violare la legge sul boicottaggio».
Secondo quanto riportato dall'Agenzia nazionale d'informazione libanese, l'ufficio tecnico ha verificato che la fotografia è autentica e non è stata alterata. L'ordine, notificato mentre Sehnaoui si trova ancora negli Stati Uniti, comporterà il suo arresto non appena farà rientro in Libano. Un gruppo di venti avvocati aveva già presentato un esposto alla procura generale di Beirut, sostenendo che il banchiere si è reso responsabile di «crimini di contatto e collaborazione con il nemico israeliano, violazione della legge sul boicottaggio, tradimento e reati contro la sicurezza dello Stato». L'avvocato Hassan Bazzi ha dichiarato che Sehnaoui ha «violato la legge e offeso i sentimenti nazionali», auspicando un intervento rapido della magistratura.
Sehnaoui, presidente della banca libanese SGBL e con interessi nei media e nella produzione cinematografica, è da anni favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele. In aprile, durante un evento al Museo dell'Olocausto di Washington, l'ex inviata statunitense Morgan Ortagus – co-organizzatrice della cena incriminata – lo aveva definito discendente di «generazioni di sionisti cristiani libanesi impegnati», aggiungendo che ciò che stava facendo era «tecnicamente illegale in Libano». La vicenda si inserisce in un momento di tensione e di timidi spiragli diplomatici: Beirut e Tel Aviv, formalmente in stato di guerra dal 1948, hanno avviato a aprile colloqui diretti sotto mediazione americana.
La cena ha riacceso il dibattito sull'opportunità di mantenere una normativa che prevede pene fino a dieci anni di carcere per chi intrattiene contatti con Israele, mentre il Paese è ancora segnato dagli scontri tra esercito israeliano e Hezbollah. Sul banchiere pende inoltre un'indagine in Francia, dove presiede il consiglio non esecutivo della banca Richelieu France: gli inquirenti sospettano che SGBL e la sua filiale francese abbiano concorso, insieme ad altri istituti, al trasferimento di patrimoni verso l'Europa durante la crisi finanziaria libanese del 2019. Dopo trenta giorni, il fascicolo sarà trasmesso al Tribunale militare per l'eventuale emissione di un mandato d'arresto.
| Stampa arabo levante-Maghreb | +0.20 | neutral |
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| Stampa israeliana | −0.30 | critical |
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
Il Libano esercita la sua sovranità attraverso la legge, colpendo chi stringe contatti con il nemico israeliano. La magistratura agisce in difesa della nazione.
Si trasforma una cena in un reato penale, naturalizzando la legge libanese come barriera contro la normalizzazione con Israele.
Non si menziona che il banchiere potrebbe avere doppia cittadinanza o che la cena avesse un carattere diplomatico informale.
I manifestanti accusano Netanyahu di genocidio e chiedono agli Stati Uniti di eseguire il mandato della CPI. L'arresto del banchiere libanese è un diversivo, il vero crimine è la guerra a Gaza.
Si sposta l'attenzione dal banchiere libanese alle accuse contro Netanyahu, usando una protesta per rilanciare la narrativa della 'giustizia internazionale' contro Israele.
Non si fa cenno al mandato libanese né alle motivazioni legali del governo di Beirut.
Il Libano ha le sue leggi e le applica, mentre i colloqui con Israele proseguono sotto mediazione americana. Il caso evidenzia la complessità della regione.
Si contestualizza l'arresto all'interno delle relazioni bilaterali, evitando di schierarsi, presentando i fatti come parte di un quadro geopolitico più ampio.
Non viene menzionata la protesta pro-palestinese a Washington, che invece è centrale nella copertura israeliana.
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