
Damasco frena Trump: nessun intervento militare in Libano, priorità ai canali economici
Il presidente siriano al-Sharaa smentisce le dichiarazioni americane su un possibile invio di truppe contro Hezbollah e propone un percorso di dialogo e cooperazione regionale.
Il presidente della Siria Ahmed al-Sharaa ha escluso categoricamente un intervento militare siriano in Libano, rispondendo alle ripetute esternazioni di Donald Trump che nelle ultime settimane aveva indicato Damasco come possibile alternativa a Israele nel confronto con Hezbollah. In un’intervista all’emittente panaraba Al Mashhad, al-Sharaa ha dichiarato che «cerchiamo canali economici tra Libano e Siria, non militari», chiarendo di aver discusso più volte con Washington una soluzione fondata sullo stop immediato della guerra e su misure economiche, politiche e sociali, accompagnate da garanzie di sicurezza che tengano conto delle preoccupazioni siriane, libanesi e israeliane.
Secondo fonti dell’amministrazione statunitense, Trump avrebbe maturato la convinzione che Israele non fosse in grado di neutralizzare Hezbollah senza provocare distruzioni estese, arrivando a dichiarare a Fox News di essere «deluso» e «vicino a passare il dossier alla Siria». Al-Sharaa ha interpretato quelle parole come un fraintendimento, sostenendo che il presidente americano esprimeva preoccupazione per la situazione libanese e che il ruolo siriano immaginato da Damasco è quello di un facilitatore di soluzioni pacifiche, non di un attore bellico. La nuova leadership siriana, ostile a Hezbollah per il sostegno che il gruppo armato offrì al regime di Assad durante la guerra civile, ha tuttavia mostrato cautela, consapevole che un ritorno delle truppe siriane in Libano – dopo il dominio trentennale conclusosi nel 2005 con il ritiro imposto dalle proteste seguite all’omicidio di Rafic Hariri – riaprirebbe ferite profonde e incontrerebbe la ferma opposizione di Beirut.
Nell’ottica di Damasco, la stabilizzazione del Libano passa per il rafforzamento delle istituzioni statali libanesi e per l’apertura di canali di comunicazione con tutte le forze politiche, Hezbollah compreso, se questo serve gli interessi libanesi e siriani. Parallelamente, Washington ha intensificato la pressione sul partito armato e i suoi alleati: il Tesoro americano ha imposto sanzioni a Suleiman Frangieh, capo del Movimento Marada, e ad altri esponenti vicini a Hezbollah, con l’obiettivo dichiarato di ostacolare il processo di pace e ritardare il disarmo del gruppo. L’intesa raggiunta questa settimana tra Iran e Stati Uniti per la cessazione del conflitto regionale include il Libano, dove le ostilità sono in pausa da sabato sera, ma secondo analisti mediorientali l’amministrazione Trump starebbe utilizzando simultaneamente più leve – negoziati, sanzioni e pressioni indirette su Damasco – per perseguire il disarmo di Hezbollah.
Per l’Italia e l’Europa, la partita libanese ha riflessi immediati sulla sicurezza del Mediterraneo orientale e sulle rotte migratorie. Un’eventuale escalation militare con il coinvolgimento siriano rischierebbe di destabilizzare ulteriormente un’area già segnata dalla presenza di contingenti UNIFIL, cui Roma contribuisce in modo significativo. Al momento, il dossier resta aperto su un crinale diplomatico: al-Sharaa non chiude la porta al dialogo con Hezbollah, mentre Washington continua a calibrare sanzioni e canali negoziali. La prossima verifica attesa è l’evoluzione del cessate il fuoco e l’eventuale convocazione di un tavolo regionale che includa Damasco, Beirut e i garanti internazionali.
| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
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Il Libano e i suoi alleati internazionali lavorano per smantellare la minaccia di Hezbollah attraverso la diplomazia.
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La notizia principale, il rifiuto siriano di un intervento militare in Libano, è completamente assente.
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Enfatizzando dettagli operativi di Hezbollah e analisi strategiche, si crea un senso di urgenza e minaccia imminente.
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Alternando toni celebrativi e denunce di complotti, si costruisce una narrazione di vittoria assediata.
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