
Dubbi sull’intelligenza artificiale affondano il Nasdaq, l’Europa resta in attesa
Il sogno dell’intelligenza artificiale ha mostrato martedì la sua prima crepa vistosa, trascinando il Nasdaq al ribasso più marcato in un mese. A innescare la correzione è stata la notizia – rimbalzata da un rapporto interno – secondo cui OpenAI avrebbe mancato gli obiettivi di fatturato e di utenti attivi settimanali. Pur essendo una società non quotata, OpenAI è ormai il termometro dell’intero ecosistema dell’IA generativa: i suoi risultati condizionano le aspettative su colossi della nuvola e dei semiconduttori che stanno riversando centinaia di miliardi di dollari in data center.
Il mercato ha letto quell’inatteso rallentamento come un campanello d’allarme sulla sostenibilità della spesa, facendo deragliare i titoli più esposti alla corsa all’oro digitale. Nvidia, AMD e Broadcom hanno chiuso in forte calo, mentre Oracle, strettamente legata alle ambizioni cloud di OpenAI, ha perso oltre il quattro per cento. L’indice dei semiconduttori, che da inizio anno aveva guadagnato più del quaranta per cento, ha guidato la discesa, segnalando un repentino mutamento d’umore negli investitori proprio alla vigilia delle trimestrali delle cinque grandi “hyperscaler” americane.
In Europa, il contagio è arrivato attenuato ma tangibile. Mercoledì i listini del Vecchio Continente hanno virato in negativo, con lo Stoxx 600 in flessione di tre decimi di punto e Londra ancora più debole. Secondo gli analisti di Bruxelles, la cautela è figlia non solo dei timori tecnologici d’oltreoceano, ma anche di un quadro energetico che si sta facendo più teso.
Il prezzo del petrolio è salito mentre si allontana la prospettiva di una tregua nel conflitto iraniano – lo stallo viene giudicato grave da un funzionario americano – e mentre circola la voce, non confermata ma dirompente, di un’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec. Una simile mossa altererebbe gli equilibri dell’offerta globale, e le quotazioni del greggio, già sostenute dall’interruzione delle forniture legate alla guerra, ne risentirebbero immediatamente. Per l’Italia, che importa gran parte dell’energia, ogni tensione sul petrolio si traduce in un potenziale freno alla crescita e in un nuovo rischio d’inflazione proprio quando la Banca centrale europea sperava di allentare la presa.
In Asia, la seduta notturna aveva invece mostrato segni di rimbalzo, con i futures di Wall Street in leggero recupero dopo la batosta. Eppure l’Australia si preparava ad aprire in rosso, segno che la fiducia non è ancora tornata. L’ottica dei mercati asiatici resta segnata dal dubbio che l’enorme spesa in capitale per l’intelligenza artificiale possa trasformarsi in una bolla se la crescita dell’utenza non regge il passo degli investimenti.
Ora tutti gli occhi sono puntati sulle imminenti trimestrali dei giganti tecnologici e sulla riunione della Federal Reserve. Se i conti di Microsoft, Alphabet o Meta deludessero le attese, lo scetticismo sulla corsa all’IA si consoliderebbe, innescando una rotazione più ampia dai titoli growth verso asset difensivi. E con il petrolio che continua a lievitare, lo spettro di una stagflazione settoriale – costi energetici in rialzo e valutazioni tech in contrazione – potrebbe diventare il nuovo scenario con cui i banchieri centrali, da Francoforte a Washington, dovranno presto fare i conti.
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