
Ebola in Africa centrale, Meloni scrive all’Ue: «Coordinare la vigilanza alle frontiere»
Mentre una cooperante in quarantena risulta negativa al test, Roma chiede all’Unione regole comuni per i controlli su chi arriva dalle zone colpite. Al prossimo vertice Ue la proposta di una videoconferenza dei ministri della Salute.
L’accelerazione con cui Roma ha portato la questione Ebola ai vertici istituzionali europei segna un cambio di passo nella gestione delle emergenze sanitarie transfrontaliere. Al centro dell’iniziativa c’è la lettera che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato ai presidenti di turno dell’Unione, Nikos Christodoulides, del Consiglio europeo, António Costa, e della Commissione, Ursula von der Leyen. Vi si sollecita un coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere per i viaggiatori provenienti, anche indirettamente, dalle zone colpite dal nuovo focolaio di virus Ebola Bundibugyo, che interessa la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. Una preoccupazione che ha avuto un immediato riscontro nel rientro precauzionale in Italia di una dottoressa di Medici Senza Frontiere, atterrata nella notte allo Spallanzani di Roma e sottoposta a test, risultato negativo, e a un periodo di osservazione fino all’8 giugno.
Sul terreno africano, l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato dal 15 maggio almeno dieci decessi confermati e oltre duecento contatti monitorati. La presenza di un ceppo meno comune, il Bundibugyo, e il coinvolgimento di due Stati confinanti rendono il quadro instabile. L’Italia, da parte sua, non si limita alla richiesta di vigilanza: ha già annunciato l’invio di esperti dell’Istituto Spallanzani nella regione, in un’ottica di cooperazione sanitaria che intreccia la protezione della salute globale con quella nazionale. Una strategia a doppio binario, che Roma intende promuovere anche a livello europeo: il ministero della Salute ha chiarito che nel Paese non si registrano casi e che si seguono le procedure senza allarmismi, ma la pressione diplomatica di Meloni punta a inserire la gestione delle frontiere sanitarie nell’agenda del prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.
La proposta italiana si scontra però con sensibilità diverse all’interno dell’Unione. Secondo gli analisti di Bruxelles, il richiamo a "regole comuni" per i controlli alle frontiere evoca equilibri delicati tra le prerogative nazionali in materia di salute e la necessità di evitare chiusure unilaterali che metterebbero a rischio la libera circolazione. Da Nicosia, il presidente di turno Christodoulides potrebbe mediare, mentre fonti vicine alla Commissione fanno notare che la sorveglianza è già in atto attraverso il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. La stampa spagnola ha interpretato la mossa di Roma come una richiesta di "cerrar fronteras", accentuando una lettura securitaria che Palazzo Chigi attenua parlando di "coordinamento rafforzato". L’ottica di Pechino, che osserva con attenzione ogni focolaio in Africa per via dei propri investimenti nel continente, non è emersa pubblicamente, ma resta un fattore implicito nella competizione geopolitica per l’influenza sanitaria.
Per l’Italia, crocevia mediterraneo di flussi migratori, la partita è doppiamente cruciale. Il governo Meloni intende usare la propria esperienza, dall’emergenza Covid alla rete degli ospedali di alta specializzazione, per accreditarsi come presidio avanzato della sicurezza sanitaria europea. La richiesta di una videoconferenza urgente dei ministri della Salute, forse già la prossima settimana, è un tentativo di concretizzare questa ambizione prima che l’epidemia si allarghi, o che la paura la preceda. Nelle prossime settimane, molto dipenderà dall’evoluzione epidemiologica e dalla capacità dell’Ue di comporre le diverse culture di sanità pubblica. Il rischio è che, in assenza di una strategia condivisa, ogni Stato membro torni a erigere barriere sanitarie, con costi politici ed economici ancora una volta elevati per l’intera Unione.
| Stampa europea continentale | +0.30 | aligned |
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| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.30 | critical |
L'Italia agisce con prontezza per proteggere i propri cittadini e le frontiere europee da una potenziale minaccia sanitaria. Il test negativo della dottoressa rientrata dal Congo mostra l'efficacia del sistema di biocontenimento, mentre la premier Meloni sollecita l'Unione a coordinare subito una vigilanza rafforzata sugli arrivi dalle zone colpite da Ebola, chiedendo che il tema entri nell'agenda del prossimo Consiglio europeo. La situazione epidemica in Africa centrale viene presentata come un'emergenza che esige massima attenzione e regole comuni di gestione dei flussi.
La richiesta italiana di rafforzare i controlli alle frontiere europee per paura dell'Ebola viene riportata con distacco, sottolineando che a muoversi è un governo di destra guidato da Giorgia Meloni. La vicenda della dottoressa risultata negativa passa in secondo piano, mentre si mette in evidenza il rischio di stigmatizzare le persone provenienti dall'Africa e di trasformare un'emergenza sanitaria in un pretesto per politiche restrittive delle frontiere.
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