
El Chapo fornisce l’indirizzo di Sheinbaum alla corte: ennesima richiesta di rimpatrio
Dalla prigione di massima sicurezza in Colorado, il narcotrafficante tenta la via diplomatica citando la presidenza messicana e denunciando l’isolamento e un processo iniquo.
La missiva, datata 2 giugno e giunta alla corte federale di Brooklyn il 10 giugno, rappresenta l’ennesimo tentativo del detenuto più sorvegliato d’America. Da quando, nel 2019, è stato condannato all’ergastolo per narcotraffico, Guzmán Loera ha inondato il sistema giudiziario statunitense di ricorsi e lettere – almeno undici, secondo alcune fonti – nelle quali denuncia presunte violazioni dei diritti umani durante l’estradizione e il processo. L’isolamento quasi totale a Florence, un carcere dove non ha contatti con altri detenuti né visite familiari regolari, acuisce la sua condizione di prigioniero al centro di un caso giudiziario che rimbalza tra le cancellerie.
Il nuovo appello non sembra avere grandi speranze di successo sul piano legale: l’estradizione attiva, ovvero il trasferimento di un condannato verso il paese d’origine, richiede accordi bilaterali e il consenso delle autorità statunitensi, finora irremovibili. Tuttavia, la mossa di citare il capo dello Stato messicano e il suo indirizzo ufficiale – un dettaglio concreto e inusuale nelle sue carte – può essere letta come un tentativo di attivare un canale diplomatico, sfruttando la periodica tensione tra Washington e Città del Messico sulla cooperazione giudiziaria e sulla sovranità penitenziaria. Negli ultimi mesi, il governo di Claudia Sheinbaum, alle prese con l’eredità della guerra al narcotraffico e con le pressioni americane per una maggiore collaborazione, non ha rilasciato commenti sulla richiesta del Chapo, mantenendo un comprensibile basso profilo.
Mentre le cancellerie europee osservano da lontano un caso che ripropone i nodi irrisolti della giustizia penale transnazionale, gli analisti messicani segnalano come l’assedio giudiziario di Guzmán serva anche a mantenere vivo il mito del capo del cartello, non più potente ma ancora capace di calamitare l’attenzione dei media. Amnesty International, da parte sua, ha chiesto garanzie sul trattamento carcerario, ricordando che anche i condannati più pericolosi hanno diritto a condizioni di detenzione umane. Se il clamore della lettera si spegnerà presto, il ricorso alla figura presidenziale conferma che, per il narcotrafficante, ogni appiglio è buono per sfuggire all’isolamento di un ergastolo senza fine.
| Stampa latinoamericana | −0.10 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
Joaquín Guzmán, ex leader del cartello di Sinaloa, ha inviato l'ennesima lettera a un tribunale di New York chiedendo di contattare la presidente messicana Claudia Sheinbaum per intervenire nella sua estradizione. Nella missiva, ha fornito l'indirizzo del Palazzo Nazionale e ha sostenuto che la sua estradizione violava i suoi diritti umani. È l'undicesima lettera di questo tipo, segno della sua insistenza nel tentare di tornare in Messico per scontare la pena.
Il narcotrafficante Joaquín 'El Chapo' Guzmán, noto come 'Shorty', si è appellato alla presidente messicana Claudia Sheinbaum chiedendo di facilitare il suo ritorno in Messico da un carcere statunitense. Sta scontando l'ergastolo negli Stati Uniti per traffico di droga e la sua nuova lettera è vista come un tentativo di sostenere gli sforzi del suo avvocato per il trasferimento. Il caso evidenzia ancora una volta le dure condizioni della sua detenzione in un carcere di massima sicurezza in Colorado.
Allarga lo sguardo
Trump annuncia un accordo per il disarmo di Hamas, ma Israele resta scettico
4 lingue · 103 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate