
Hegseth sotto processo al Congresso: la guerra in Iran e il conto da 1.500 miliardi
Per la prima volta dall’inizio del conflitto con l’Iran, il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth varcherà mercoledì la soglia del Congresso per rispondere, insieme al capo di stato maggiore Dan Caine, alle domande della Commissione Forze Armate della Camera. L’audizione, formalmente convocata per discutere la richiesta di bilancio della difesa per il 2027 — una cifra senza precedenti di 1.500 miliardi di dollari — si trasforma in un processo pubblico a una guerra che si trascina da fine febbraio senza una chiara prospettiva di vittoria, nonostante il cessate il fuoco prolungato da Donald Trump. L’appuntamento cade a soli due giorni dalla scadenza dei sessanta giorni previsti dalla War Powers Resolution, un termine che alcuni senatori repubblicani, tra cui Susan Collins e John Curtis, considerano ormai tassativo per ottenere un’autorizzazione del Congresso, pena l’obbligo di ritirare le forze. Da Bruxelles a Nuova Delhi, lo sguardo è fisso su Washington, dove si sta consumando uno scontro che trascende la politica interna americana.
La tensione tra i democratici e il Pentagono era già palpabile prima dell’inizio delle ostilità, il 28 febbraio. Oggi l’opposizione contesta non solo la legittimità costituzionale di un conflitto deciso senza il voto del Congresso, ma anche il suo costo umano e materiale. Il deputato del Maryland Sarah Elfreth ha sintetizzato lo spirito con cui i democratici affrontano l’audizione: "Abbiamo un solo giorno con quest’uomo, e lo useremo". Sul tavolo ci sono i bombardamenti che hanno colpito una scuola, uccidendo bambini, l’erosione accelerata degli arsenali di droni e missili, e la capacità effettiva dell’esercito di fronteggiare sciami di velivoli senza pilota. Il bilancio proposto dall’amministrazione Trump, che destina risorse immense a nuovi sistemi di difesa missilistica, navi da guerra e droni, appare a molti osservatori di Bruxelles più come una risposta emergenziale al logoramento in corso che come un progetto strategico di lungo periodo.
Le ripercussioni si misurano già sui mercati globali. Dopo giorni di rialzo, il prezzo del petrolio ha registrato una battuta d’arresto, ma l’allarme resta alto tra i paesi importatori. A Nuova Delhi, dove l’India dipende in larga misura dal greggio mediorientale, gli analisti temono che una nuova fiammata delle quotazioni possa compromettere i fragili equilibri della ripresa post-pandemica. L’instabilità nel Golfo, del resto, non minaccia solo le rotte energetiche: secondo fonti degli Emirati, il conflitto sta mettendo a dura prova la già precaria architettura di sicurezza regionale, con il rischio concreto di un allargamento delle ostilità a paesi che finora erano rimasti ai margini. Il coinvolgimento di Israele, alleato chiave di Washington, aggiunge un ulteriore elemento di imprevedibilità.
Dall’Europa, e in particolare da Parigi e Ottawa, giungono valutazioni che oscillano tra il disagio diplomatico e la critica aperta a una guerra percepita come evitabile. L’opinione pubblica canadese e francese, tradizionalmente sensibili al diritto internazionale, segue con apprensione le notizie sul mancato rispetto delle procedure parlamentari americane, vedendo in questa crisi un sintomo di un più ampio scollamento tra l’iperpotenza militare e il controllo democratico. Per l’Italia, il cui interscambio energetico con il Mediterraneo orientale e il Nord Africa rende il paese particolarmente esposto a ogni scossone nella regione, l’evolversi della situazione al Congresso non è una questione astratta: un prolungamento del conflitto o un’escalation potrebbero tradursi in un immediato aumento del costo dell’energia, con effetti a catena su famiglie e imprese già provate da anni di inflazione.
L’audizione di Hegseth segna dunque un passaggio politico e istituzionale delicatissimo. Se il Congresso dovesse imporre un freno alle operazioni militari, la Casa Bianca si troverebbe di fronte a una crisi costituzionale senza precedenti recenti, con il rischio di incrinare la credibilità americana presso gli alleati mediorientali. Se invece l’amministrazione ottenesse un via libera, pur tra mille distinguo, il costo economico e strategico dell’impegno iraniano rischierebbe di assorbire risorse che Bruxelles e le capitali europee speravano di veder dirottate sul rafforzamento del fianco orientale della NATO. In ogni scenario, la guerra in Iran sta già ridisegnando le priorità della difesa americana e, con esse, l’architettura di sicurezza su cui l’Occidente ha fondato la propria stabilità dopo la Guerra Fredda.
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