
Il fragile ritorno delle urne a Gaza: Fatah vince, ma la riconciliazione è ancora un miraggio
Per la prima volta in quasi vent’anni, sabato scorso i gazawi hanno potuto esprimere un voto. Nel campo profughi e nella città di Deir al-Balah, nel cuore della Striscia devastata da due anni di guerra, si sono aperti i seggi per le elezioni municipali palestinesi: un esperimento circoscritto, quasi un soprassalto di normalità in un territorio dove la sopravvivenza quotidiana ha cancellato da tempo ogni riflesso democratico. L’Autorità nazionale palestinese, guidata da Mahmoud Abbas, ha subito rivendicato un successo che va ben oltre la pur schiacciante vittoria delle liste vicine a Fatah in Cisgiordania e nel piccolo lembo di Gaza interessato dal voto. In quella singola circoscrizione, su quindici seggi, solo due sono andati a candidati percepiti come prossimi a Hamas: un verdetto che, per quanto atteso, segna una distanza ormai profonda tra il movimento islamista e una popolazione stremata.
L’operazione elettorale ha avuto un valore al tempo stesso simbolico e strategico. Da un lato, Ramallah ha voluto dimostrare che la macchina amministrativa palestinese è ancora in grado di funzionare, persino sotto i bombardamenti e tra le macerie, e che l’orizzonte della statualità passa anche dalla ricucitura istituzionale tra Cisgiordania e Gaza. Dall’altro, la scelta di Deir al-Balah come unico avamposto elettorale nella Striscia non è stata casuale: è la città meno compromessa dalle operazioni militari israeliane e quella in cui la presenza di Hamas, pur mai dichiarata ufficialmente nella competizione, era comunque tangibile. Le regole del voto, che imponevano ai candidati di riconoscere Israele e la soluzione a due Stati, hanno di fatto escluso dalla competizione le forze che rifiutano l’architettura di Oslo. Così, secondo gli analisti di Bruxelles, il risultato premia Fatah ma rischia di apparire come un plebiscito pilotato, più che come un autentico confronto politico.
La partecipazione, del resto, ha raccontato la stessa ambivalenza. In Cisgiordania l’affluenza ha sfiorato il 53%, in linea con le precedenti consultazioni locali, segno di un corpo elettorale che, pur sfiduciato, conserva un’abitudine al rito elettorale. A Deir al-Balah, invece, ha votato poco più del 22% degli aventi diritto: i seggi hanno chiuso un’ora prima per carenza di elettricità e, per molti residenti, la scelta di recarsi alle urne è apparsa un atto di orgoglio prima ancora che di convinzione politica. “Sento di onorare la mia appartenenza a Gaza e alla Palestina”, ha dichiarato un elettore cinquantaduenne agli inviati delle agenzie internazionali, condensando in una frase il bisogno di esistenza che ha mosso molti.
Dietro le urne si gioca però una partita più ampia, che riguarda il futuro assetto della Striscia dopo la guerra. L’ottica di Ramallah è chiara: riallacciare il filo spezzato nel 2007, quando Hamas cacciò brutalmente l’Autorità nazionale palestinese da Gaza, e costruire una legittimità di governo utilizzabile al tavolo dei negoziati per il cessate il fuoco e per la ricostruzione. Da questo punto di vista, l’operazione ha ricevuto attenzione ambivalente negli ambienti diplomatici europei, dove si guarda con favore al ritorno di una dialettica politica, ma si teme che l’esclusione sostanziale di Hamas possa minare la sostenibilità di qualsiasi futuro accordo. Al contempo, osservatori mediorientali avvertono che il voto è stato tenuto mentre il governo israeliano rilanciava dichiarazioni annessionistiche sulla Cisgiordania e l’esercito colpiva ancora il Libano: un contesto che rende esile ogni ipotesi di pacificazione.
La posta in gioco per l’Europa e per l’Italia non è trascurabile. L’Unione europea è da decenni il primo donatore dell’Autorità palestinese e ha investito risorse ingenti nella costruzione di istituzioni democratiche. L’esito favorevole a Fatah può incoraggiare Bruxelles a premere per un rafforzamento del ruolo dell’Anp nella Striscia, ma pone anche interrogativi sulla reale rappresentatività di un progetto politico che stenta a rinnovarsi. Intanto, Hamas si prepara a scegliere un nuovo capo politico dopo l’eliminazione di Sinwar: una successione che deciderà se il movimento ripiegherà sulla sopravvivenza politica o rilancerà la lotta armata. In questo snodo, il primo seme elettorale gettato a Deir al-Balah è fragile, ma indica che la domanda di democrazia, per quanto offuscata, non si è del tutto spenta nella polvere di Gaza.
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