
Iraq, il tycoon Al‑Zaidi incaricato di formare il governo: le incognite tra Teheran e Washington
Con una mossa che ridisegna gli equilibri della tormentata transizione irachena, il presidente Nizar Amedi ha affidato lunedì sera ad Ali al‑Zaidi l’incarico di formare il nuovo governo. La designazione è giunta poche ore dopo che il Quadro di Coordinamento, la galassia di partiti sciiti che costituisce il più ampio blocco parlamentare, aveva sciolto la propria riserva indicandolo come candidato di consenso. Al‑Zaidi, poco più che quarantenne, è un uomo d’affari dal patrimonio cospicuo, con interessi che spaziano dal settore bancario alla gestione del gigantesco programma pubblico di distribuzione alimentare, un pilastro dell’assistenza statale che raggiunge milioni di famiglie. Ora ha trenta giorni di tempo per comporre una squadra di governo e ottenere la fiducia del Parlamento, in un percorso che si annuncia irto di ostacoli.
La convergenza sul nome di al‑Zaidi chiude un lungo braccio di ferro tutto interno alla maggioranza sciita. Fino a poche settimane fa il favorito sembrava l’ex primo ministro Nouri al‑Maliki, la cui candidatura suscitava però resistenze trasversali. Il nuovo equilibrio si regge su un’inedita saldatura: lo stesso al‑Maliki e il premier uscente Mohammed Shia al‑Sudani hanno scelto di appoggiare il magnate, segno che il compromesso raggiunto serve a evitare una crisi di governo in un momento in cui il Paese è attraversato da tensioni profonde. Nell’ottica di Teheran, che da anni esercita un’influenza decisiva sugli alleati del Quadro di Coordinamento, la scelta di un esponente del mondo imprenditoriale vicino agli apparati di potere sciiti rappresenta una soluzione funzionale a mantenere la continuità della linea filo‑iraniana, senza tuttavia esporre un volto politico troppo divisivo.
La biografia del premier incaricato solleva però interrogativi che vanno ben oltre i confini iracheni. Secondo osservatori di Washington, la banca di cui al‑Zaidi è alla guida è stata in passato oggetto di accuse di riciclaggio di denaro, e la sua improvvisa ascesa viene guardata con sospetto da un’amministrazione americana – quella guidata da Donald Trump – che ha fatto della lotta alla corruzione e del contenimento dell’Iran altrettanti pilastri retorici. Non è chiaro se la Casa Bianca accetterà senza obiezioni un profilo così segnato dall’intreccio tra affari e potere politico. L’incertezza si inserisce in un quadro regionale già incandescente: la guerra a Gaza, la ridefinizione degli assetti in Siria e lo scontro strisciante tra Israele e le milizie filo‑iraniane rendono l’Iraq un teatro di delicate triangolazioni.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la formazione del nuovo governo di Baghdad non è una questione distante. Roma mantiene una presenza militare significativa nell’ambito della missione NATO in Iraq e considera la stabilità del Paese un fattore cruciale per la sicurezza energetica del Mediterraneo. Gli analisti di Bruxelles avvertono che un eventuale fallimento della fase di gabinetto – o un esecutivo percepito come debole e permeabile agli interessi di Teheran – potrebbe accelerare il deterioramento delle istituzioni irachene, con conseguenze immediate sui flussi migratori e sulle rotte di approvvigionamento del gas. L’Italia, che ha investito in un rapporto dialogante con tutti gli attori iracheni, osserva con apprensione la sfida che attende al‑Zaidi.
Nelle prossime settimane il premier designato dovrà dimostrare di saper comporre non solo le rivalità tra le diverse anime sciite, ma anche le richieste dei partiti sunniti e curdi, senza i cui voti nessun governo può nascere. Sarà un banco di prova per la tenuta del sistema di spartizione settaria che dal 2003 regola la politica irachena, già messo a dura prova dalle proteste popolari e dalla crescente conflittualità armata. Se al‑Zaidi riuscirà a formare una compagine credibile, potrebbe inaugurare una fase di stabilizzazione parziale capace di attutire la pressione esterna. In caso contrario, l’Iraq scivolerebbe verso un nuovo vuoto di potere, con ripercussioni che nessuna capitale, da Washington a Roma, può permettersi di ignorare.
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