
Caccia spietata a tutti i complici del 7 ottobre: la tecnologia di Israele e il prezzo di una guerra senza fine
Dietro il fragile cessate il fuoco a Gaza, Israele dà la caccia con ogni mezzo a migliaia di miliziani coinvolti nell'attacco del 2023.
Un’ombra si allunga oltre i confini di Gaza, là dove il cessate il fuoco resta una tregua armata e incompiuta. Il Wall Street Journal ha rivelato l’esistenza di una task force d’élite, la NILI, incaricata di rintracciare e neutralizzare tutti i partecipanti all’attacco del 7 ottobre 2023. L’elenco conta migliaia di nomi, dai capi di Hamas ai manovali che hanno aperto il varco nel confine. Come ha dichiarato un ex alto funzionario dello Shin Bet, il messaggio è chiaro: “Ogni futuro nemico deve ripensare al costo di un’operazione terroristica simile”. La caccia non si fermerà, ha aggiunto il direttore del Mossad David Barnea: “Le nostre mani li raggiungeranno, ovunque si trovino”, riecheggiando la determinazione mostrata dopo il massacro di Monaco 1972.
I metodi sono quelli di una guerra tecnologica senza precedenti. Riconoscimento facciale, intercettazioni telefoniche, droni: ogni partecipante, anche il più marginale, è individuato e colpito. Ne è un esempio l’uomo che il 7 ottobre guidò un bulldozer attraverso la barriera di separazione: quasi due anni dopo, un missile lo ha raggiunto in una strada di Gaza. La task force non fa distinzioni di età o di ruolo: anche donne e bambini, se ritenuti coinvolti, finiscono nel mirino. L’ultimo nome spuntato dalla lista è quello di Izz al-Din al-Haddad, uno dei capi di Hamas, ucciso in un raid a Beit Lahiya nonostante la tregua formale.
Ma mentre lo Stato ebraico perfeziona la sua macchina di morte selettiva, al suo interno cresce una frattura che rischia di minarne la coesione. In vista delle elezioni, la società israeliana si scopre più divisa che mai, lacerata da un governo che fomenta lo scontro identitario. Lo storico Avner Ben-Zakan, nel suo ultimo libro, sostiene che il sionismo abbia compiuto la sua missione con la fondazione dello Stato, ma che questo abbia fallito nel forgiare un sentimento nazionale condiviso, mettendo a rischio il futuro stesso del paese. La caccia agli autori del massacro, per quanto giustificata, rischia di accecare Israele sulle sue contraddizioni interne e di isolarlo ulteriormente sulla scena internazionale. Per l’Europa e per l’Italia, il conflitto solleva interrogativi non solo umanitari, ma anche sul modello di sorveglianza e di giustizia extragiudiziale che si va affermando: un precedente che potrebbe minare le fondamenta del diritto internazionale.
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.80 | critical |
La stampa europea descrive la campagna di omicidi mirati di Israele come un'operazione di vendetta ampia e spietata, che utilizza il riconoscimento facciale e le intercettazioni telefoniche per dare la caccia a migliaia di sospetti, inclusi civili vicino al confine. I resoconti sottolineano la portata e la durata della campagna, paragonandola alla caccia all'uomo dopo Monaco 1972, e lanciano l'allarme per la mancanza di giusto processo e l'alto costo in vite civili.
La stampa critica israeliana evidenzia la spinta del governo verso la pena di morte e un tribunale militare speciale per i responsabili del 7 ottobre, sostenendo che è progettato per eludere il giusto processo e consentire esecuzioni di massa. I resoconti si concentrano sulle implicazioni legali ed etiche di tale tribunale, inquadrandolo come una pericolosa escalation del potere statale.
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