
AI, tra boom e bolla: investimenti da ferrovia ottocentesca e il fantasma del 2000
Spese colossali per data center, 3 miliardi di posti a rischio. Gli analisti avvertono: il ciclo rialzista potrebbe durare solo altri due anni.
Il mercato dell’intelligenza artificiale si trova oggi di fronte a un paradosso che ricorda le grandi ondate speculative della storia. Da un lato, la domanda di infrastrutture digitali cresce a ritmi vertiginosi: il colosso del credito privato Ares stima in 900 miliardi di dollari la sola opportunità di investimento terzo in data center, escludendo la spesa diretta dei giganti del cloud. Dall’altro, emergono segnali che evocano lo scoppio della bolla delle dot-com e, ancor più indietro, la febbre delle ferrovie dell’Ottocento. Secondo l’analisi di esperti di Hong Kong e di Wall Street, l’attuale corsa all’AI assomiglia alla costruzione delle reti ferroviarie che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna assorbirono fino al dieci per cento del PIL: una scommessa titanica sulle rendite di monopolio future. Oggi i hyperscaler investono circa il due-tre per cento del PIL americano, ma il rischio è che, se le promesse di profitto non si materializzeranno, le valutazioni azionarie crollino, portando i rapporti prezzo-utili a livelli ben più bassi di quelli attuali.
A questa dinamica si aggiunge l’impatto sull’occupazione, segnalato con forza da uno studio di Goldman Sachs: trecento milioni di posti di lavoro nel mondo potrebbero essere trasformati o eliminati dall’automazione intelligente. Il settore finanziario, storicamente il primo ad adottare ogni innovazione informatica, è in prima linea. Gli addetti ai compiti ripetitivi e alla gestione di chiamate in outsourcing – spesso collocati in paesi a basso costo come il Sud-est asiatico o l’Africa – rischiano di essere i primi sostituiti da chatbot sempre più sofisticati, in grado di apprendere idiomi e culture locali. Gli analisti di Londra sottolineano che, sebbene l’AI non possa ancora assumersi responsabilità legali, la pressione sui ruoli intermedi è già evidente: molte banche hanno smesso di sostituire il personale in uscita, attuando una sorta di taglio silenzioso.
Nell’ottica di chi siede sui mercati, il miliardario Paul Tudor Jones ha offerto una cronologia precisa: il ciclo rialzista dell’AI è a metà del suo percorso, forse ancora un anno o due di slancio, ma poi – come nel 2000 – potrebbe arrivare una correzione violenta. «Il mercato azionario potrebbe salire ancora del quaranta per cento, arrivando a trecento o trecentocinquanta volte il PIL, e poi vi saranno correzioni da togliere il fiato», ha avvertito in un’intervista a CNBC.
A guardare avanti, l’Europa – e l’Italia in particolare – si trova in una posizione delicata. Bruxelles sta cercando di impostare una regolamentazione che bilanci innovazione e tutela sociale, ma i capitali necessari per competere con gli Stati Uniti e la Cina sono enormi. Se la bolla dovesse scoppiare, il Vecchio Continente potrebbe subire una doppia battuta d’arresto: da un lato il crollo delle valutazioni tecnologiche, dall’altro la perdita di posti di lavoro nei servizi. Il vero banco di prova sarà capire se l’AI rappresenterà una terza rivoluzione industriale, come sostiene il fondatore di Nvidia, o l’ennesima illusione di progresso a costo di bolle e disuguaglianze.
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