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lunedì 4 maggio 2026

Il ritiro di Trump dalla Germania apre una crepa nell'alleanza atlantica

La decisione di Donald Trump di ritirare oltre cinquemila soldati dalle basi tedesche, con l’annuncio di tagli ben più profondi, non è soltanto una ritorsione personale contro le critiche del cancelliere Friedrich Merz sulla guerra in Iran. È il sintomo più grave di una frattura che rischia di svuotare dall’interno il patto atlantico, come ha ammonito il primo ministro polacco Donald Tusk parlando di «minaccia di disintegrazione interna» per la Nato. Il colpo è arrivato mentre i leader europei si riunivano a Erevan per il vertice della Comunità Politica Europea, con un ospite d’eccezione, il premier canadese Mark Carney, a testimoniare quanto la crisi investa l’intero Occidente.

Da Berlino, Merz ha cercato di minimizzare la portata dello scontro, ribadendo in un’intervista all’ARD che gli Stati Uniti restano «il partner più importante» nella Nato e che non intende «rinunciare a lavorare con Donald Trump». Una posizione che suona quasi di rassegnazione, tanto più che il cancelliere ha dovuto confermare anche il congelamento del dispiegamento dei missili Tomahawk in Germania, giustificandolo con la scarsità di scorte americane dopo il conflitto iraniano. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha tentato di trasformare la débâcle in un’opportunità, esortando l’Europa a prendersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Ma l’amarezza traspare: il Pentagono ha informato gli alleati a cose fatte, e persino il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha ammesso che «gli europei hanno capito il messaggio» di delusione di Washington.

A Bruxelles, l’alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha definito la tempistica della mossa «sorprendente», mentre Parigi – con Emmanuel Macron – ha letto la decisione come un «messaggio all’Europa» perché acceleri la propria autonomia strategica. Anche Varsavia, pur tra i più fedeli alleati di Trump, ha espresso inquietudine: Tusk ha invocato una reazione unitaria per invertire «la tendenza catastrofica» del logoramento interno dell’Alleanza. D’altro canto, due influenti repubblicani al Congresso, i senatori Wicker e Rogers, hanno criticato apertamente il ritiro, sostenendo che non solo indebolisce la deterrenza, ma manda «il segnale sbagliato a Putin». Un punto di vista condiviso da molti analisti militari, che vedono il ridimensionamento della presenza americana in Germania – da circa 36.500 effettivi a poco più di 30.000 – come un regalo alla Russia sul fronte orientale.

Sull’altro versante del globo, Pechino osserva con attenzione. Secondo la prospettiva cinese, la lite tra Washington e i suoi alleati tradizionali rappresenta un’occasione per indebolire la coesione occidentale, ma alcuni analisti consigliano prudenza: meglio non provocare una reazione che possa riunire il fronte atlantico contro di loro. Intanto, per l’Italia e per l’Europa intera, le conseguenze sono già tangibili: Trump ha minacciato dazi più alti sulle auto europee, colpendo il cuore delexport tedesco – e italiano – mentre il fantasma di una recessione si riaffaccia nella Repubblica federale, come avverte l’istituto Ifo.

Il nodo più profondo, tuttavia, è politico. Trump non ha mai nascosto il suo disprezzo per la Nato, e la decisione di punire la Germania per le parole di Merz è solo l’ultimo episodio di una strategia volta a ridefinire i rapporti di forza all’interno dell’Alleanza. L’Europa si trova davanti a un bivio: continuare a inseguire il tycoon nella speranza di placarlo, come sta facendo Merz, o accelerare finalmente verso una difesa comune, come auspicano Parigi e parte di Bruxelles. Il tempo per scegliere si sta assottigliando, e il prossimo vertice Nato dell’Aia potrebbe segnare un punto di svolta – o di rottura definitiva.

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La siccità del Danubio porta a galla relitti nazisti e fossili, mentre l’energia nucleare vacilla·El Niño si rafforza: piogge torrenziali in arrivo su Argentina e Sud America·Il bias di conferma: perché cerchiamo solo ciò che già crediamo·Iran, impennata di esecuzioni e condanne a morte: la campagna 'No all'impiccagione' entra nella 132ª settimana·Stretta sull’immigrazione: controlli sui camionisti e fine della protezione per gli haitiani·Georgina Rodríguez, il corpo sotto esame e la risposta che unisce le compagne dei campioni·Heidelberg West, anziano travolto e in condizioni critiche dopo il furto dell'auto: la donna è in fuga·Crimea, militare russo spara e uccide quattro persone a Khmelnytske·La siccità del Danubio porta a galla relitti nazisti e fossili, mentre l’energia nucleare vacilla·El Niño si rafforza: piogge torrenziali in arrivo su Argentina e Sud America·Il bias di conferma: perché cerchiamo solo ciò che già crediamo·Iran, impennata di esecuzioni e condanne a morte: la campagna 'No all'impiccagione' entra nella 132ª settimana·Stretta sull’immigrazione: controlli sui camionisti e fine della protezione per gli haitiani·Georgina Rodríguez, il corpo sotto esame e la risposta che unisce le compagne dei campioni·Heidelberg West, anziano travolto e in condizioni critiche dopo il furto dell'auto: la donna è in fuga·Crimea, militare russo spara e uccide quattro persone a Khmelnytske·
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Il ritiro di Trump dalla Germania apre una crepa nell'alleanza atlantica

La decisione di Donald Trump di ritirare oltre cinquemila soldati dalle basi tedesche, con l’annuncio di tagli ben più profondi, non è soltanto una ritorsione personale contro le critiche del cancelliere Friedrich Merz sulla guerra in Iran. È il sintomo più grave di una frattura che rischia di svuotare dall’interno il patto atlantico, come ha ammonito il primo ministro polacco Donald Tusk parlando di «minaccia di disintegrazione interna» per la Nato. Il colpo è arrivato mentre i leader europei si riunivano a Erevan per il vertice della Comunità Politica Europea, con un ospite d’eccezione, il premier canadese Mark Carney, a testimoniare quanto la crisi investa l’intero Occidente.

Da Berlino, Merz ha cercato di minimizzare la portata dello scontro, ribadendo in un’intervista all’ARD che gli Stati Uniti restano «il partner più importante» nella Nato e che non intende «rinunciare a lavorare con Donald Trump». Una posizione che suona quasi di rassegnazione, tanto più che il cancelliere ha dovuto confermare anche il congelamento del dispiegamento dei missili Tomahawk in Germania, giustificandolo con la scarsità di scorte americane dopo il conflitto iraniano. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha tentato di trasformare la débâcle in un’opportunità, esortando l’Europa a prendersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Ma l’amarezza traspare: il Pentagono ha informato gli alleati a cose fatte, e persino il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha ammesso che «gli europei hanno capito il messaggio» di delusione di Washington.

A Bruxelles, l’alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha definito la tempistica della mossa «sorprendente», mentre Parigi – con Emmanuel Macron – ha letto la decisione come un «messaggio all’Europa» perché acceleri la propria autonomia strategica. Anche Varsavia, pur tra i più fedeli alleati di Trump, ha espresso inquietudine: Tusk ha invocato una reazione unitaria per invertire «la tendenza catastrofica» del logoramento interno dell’Alleanza. D’altro canto, due influenti repubblicani al Congresso, i senatori Wicker e Rogers, hanno criticato apertamente il ritiro, sostenendo che non solo indebolisce la deterrenza, ma manda «il segnale sbagliato a Putin». Un punto di vista condiviso da molti analisti militari, che vedono il ridimensionamento della presenza americana in Germania – da circa 36.500 effettivi a poco più di 30.000 – come un regalo alla Russia sul fronte orientale.

Sull’altro versante del globo, Pechino osserva con attenzione. Secondo la prospettiva cinese, la lite tra Washington e i suoi alleati tradizionali rappresenta un’occasione per indebolire la coesione occidentale, ma alcuni analisti consigliano prudenza: meglio non provocare una reazione che possa riunire il fronte atlantico contro di loro. Intanto, per l’Italia e per l’Europa intera, le conseguenze sono già tangibili: Trump ha minacciato dazi più alti sulle auto europee, colpendo il cuore delexport tedesco – e italiano – mentre il fantasma di una recessione si riaffaccia nella Repubblica federale, come avverte l’istituto Ifo.

Il nodo più profondo, tuttavia, è politico. Trump non ha mai nascosto il suo disprezzo per la Nato, e la decisione di punire la Germania per le parole di Merz è solo l’ultimo episodio di una strategia volta a ridefinire i rapporti di forza all’interno dell’Alleanza. L’Europa si trova davanti a un bivio: continuare a inseguire il tycoon nella speranza di placarlo, come sta facendo Merz, o accelerare finalmente verso una difesa comune, come auspicano Parigi e parte di Bruxelles. Il tempo per scegliere si sta assottigliando, e il prossimo vertice Nato dell’Aia potrebbe segnare un punto di svolta – o di rottura definitiva.

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