
Il video dell'assalto, la verità sul fuoco amico e l'ombra sulla libertà di stampa
L’America si è fermata davanti alle immagini di un uomo in camicia nera e cravatta rossa che, in quattro secondi, attraversa di corsa un varco di sicurezza brandendo un fucile a pompa. Il video, diffuso giovedì dalla procuratrice federale di Washington Jeanine Pirro, ha reso tangibile la violenza che sabato scorso ha rischiato di trasformare la Cena dei corrispondenti della Casa Bianca in una tragedia. Cole Tomas Allen, trentunenne californiano, viene inquadrato mentre irrompe nell’atrio dell’hotel Hilton e spara a distanza ravvicinata contro un agente del Secret Service, per poi cadere e venire immobilizzato. La procuratrice ha voluto togliere ogni dubbio: «Non ci sono prove che l’agente sia stato colpito da fuoco amico». Le stesse riprese mostrano Allen mentre il giorno prima esplora meticolosamente il perimetro dell’albergo, compresa la palestra, componendo una cronaca visiva della premeditazione che ha portato la magistratura federale a contestargli il tentato omicidio del presidente Trump e due reati legati al trasporto di armi attraverso i confini di Stato.
La vicenda giudiziaria ha intanto imboccato un binario di apparente collaborazione: durante l’udienza di giovedì, il difensore d’ufficio ha dichiarato che l’imputato non si opporrà alla custodia cautelare. Allen resta così recluso in una cella di massima sicurezza nel Correctional Treatment Facility del District of Columbia, lo stesso complesso che ha ospitato detenuti legati all’assalto a Capitol Hill. Il suo profilo digitale, emerso dall’analisi degli inquirenti, delinea una traiettoria che dalle comunità dei videogiochi competitivi sfocia in contenuti politici sempre più radicali, senza che sia stata ancora individuata una motivazione esplicita. Da Torrance, sobborgo di Los Angeles, l’uomo aveva raggiunto Washington in treno Amtrak con due armi nel bagaglio, un dettaglio che solleva interrogativi sulla sorveglianza dei trasporti interni.
Il nodo del fuoco amico, alimentato da indiscrezioni iniziali, è stato sciolto dal direttore del Secret Service Sean Curran in un’intervista televisiva: solo due pistole hanno sparato – quella di Allen e quella dell’agente che ha risposto al fuoco senza colpire l’assalitore. L’agente ferito, protetto dal giubbotto antiproiettile, è stato raggiunto da un colpo esploso «a bruciapelo» dal fucile dell’attentatore. Donald Trump, ospite della serata, ha scherzato sul fatto che indossare un corpetto lo farebbe sembrare «dieci chili più grasso», ma dietro la battuta resta l’eco di una falla nella sicurezza che ha consentito a un uomo armato di avvicinarsi tanto al cuore del potere.
L’ottica di Bruxelles legge l’accaduto come un sintomo ulteriore dell’erosione del consenso democratico, dove la violenza politica si innesta su eventi simbolici della convivenza tra stampa e istituzioni. La Cena dei corrispondenti, tradizione nata per celebrare la libertà d’informazione, è divenuta un bersaglio sensibile: la presenza di circa duemilaseicento tra giornalisti, diplomatici e alti funzionari – tra cui verosimilmente inviati italiani – estende l’allarme oltre i confini statunitensi, richiamando l’attenzione dei governi europei sulla protezione delle manifestazioni internazionali legate alla stampa. Da Pechino, i media statali hanno seguito la vicenda con il consueto distacco che sottolinea le contraddizioni della democrazia americana, mentre nei Paesi arabi l’episodio è stato narrato insistendo sulla rapidità della risposta giudiziaria e sul ritrovato mito del Secret Service.
La prossima udienza è fissata per l’11 maggio, quando Allen dovrà presentare la sua dichiarazione di colpevolezza o innocenza. Gli interrogativi aperti sono molti: come abbia potuto alloggiare nell’albergo senza destare sospetti, se vi siano complicità o semplici negligenze, e quanto inciderà questo ennesimo fallimento di sicurezza sull’immagine di un’amministrazione già sotto accusa per la gestione dell’ordine pubblico. L’Italia e il resto d’Europa, abituate a coordinare la sicurezza dei grandi eventi con un approccio multilivello, osserveranno con attenzione l’inchiesta, consapevoli che la minaccia non si ferma davanti a un portico d’albergo o a un metal detector. Mentre il video continua a rimbalzare sui social, resta la sensazione che quella manciata di secondi abbia segnato un punto di svolta nella percezione della vulnerabilità della democrazia americana.
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