
Il voto dei democratici americani incrina il sostegno incondizionato a Israele
Centotré deputati democratici votano per tagliare gli aiuti militari, mentre le primarie premiano i candidati che prendono le distanze da AIPAC e dal governo Netanyahu.
La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha registrato un voto che, pur simbolico, segna uno spartiacque nella politica estera americana: 103 deputati democratici – quasi la metà del gruppo parlamentare – hanno sostenuto un emendamento per eliminare i 3,3 miliardi di dollari di aiuti militari annuali a Israele. Dieci astenuti e il voto favorevole di figure come l’ex speaker Nancy Pelosi e la whip Katherine Clark, che pure hanno dichiarato di non volere l’approvazione della misura, indicano, secondo gli analisti di Washington, una pressione crescente affinché la linea del partito si adegui a un elettorato sempre più critico verso la condotta del governo Netanyahu in Gaza e in Cisgiordania.
Negli ambienti progressisti del Partito Democratico, la distanza da Israele si sta trasformando da potenziale rischio elettorale a risorsa politica. I comizi di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez a Detroit per il candidato al Senato Abdul El-Sayed, che ha fatto della denuncia delle spese dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) un asse della campagna, confermano questa tendenza. Secondo i sondaggi citati dagli analisti, l’80% degli elettori democratici ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, e la percentuale sale tra le generazioni più giovani. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha rilanciato la promessa di arrestare Netanyahu qualora si presentasse all’Assemblea Generale dell’ONU a settembre, una mossa che, al di là della sua impraticabilità giuridica, segnala il calcolo politico di chi ritiene vantaggioso marcare la rottura anche in distretti con una significativa presenza ebraica.
L’AIPAC, tradizionale garante del consenso bipartisan sul sostegno a Israele, ha reagito ritirando il supporto a quattordici deputati che avevano votato l’emendamento, tra cui Pat Ryan di New York, che pure aveva ricevuto quasi 800.000 dollari dal comitato. Ma la capacità del gruppo di condizionare le primarie appare in calo: in New Jersey, Illinois, Colorado e nello stesso Michigan, candidati che hanno fatto campagna apertamente contro l’influenza della lobby filo-israeliana hanno vinto le nomination, spesso contro avversari finanziati massicciamente da AIPAC. Secondo fonti vicine agli ambienti democratici, il fenomeno non è più confinato all’ala sinistra del partito, ma coinvolge anche esponenti centristi che temono sfide da sinistra e cercano di non alienarsi un elettorato giovane e multietnico.
Sul versante israeliano, la prospettiva di un raffreddamento del sostegno americano non è attribuita soltanto alla figura di Netanyahu. Analisti mediorientali osservano che tutti i principali candidati alla successione del primo ministro hanno criticato la sua accettazione del cessate il fuoco e dell’accordo con l’Iran voluto da Trump, accusandolo di mostrare debolezza e di ridurre Israele a “Stato vassallo”. Una cultura politica che, secondo l’Istituto Arabo-Americano di Washington, rende improbabile un ritorno alla normalità anche dopo un’eventuale sconfitta elettorale di Netanyahu. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che ha storicamente allineato la propria diplomazia mediorientale al quadro di riferimento americano, la prospettiva di una ridefinizione della relazione speciale tra Washington e Tel Aviv impone un ripensamento delle politiche di mediazione. Il dossier resta aperto: le primarie del Michigan di agosto e la successiva campagna per le elezioni di metà mandato del 2026 misureranno la tenuta di questa nuova geografia politica.
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Il voto dei democratici americani è presentato come una pericolosa frattura nell'alleanza con Israele, che mette a rischio la sicurezza dello Stato ebraico in un momento di minacce esistenziali. La narrazione enfatizza l'isolamento di Israele e l'inaffidabilità di Washington, ignorando le dinamiche interne americane.
Il voto democratico è inquadrato come una manovra politica interna, legata alle strategie elettorali del partito e alle divisioni tra le sue fazioni. L'attenzione è sull'equilibrio di potere negli Stati Uniti, non sulle conseguenze per Israele.
Il voto democratico è accolto come un passo positivo verso la fine del sostegno incondizionato a Israele e come un segnale di possibile cambiamento nella politica americana. Viene visto come una vittoria per la giustizia e per i diritti dei palestinesi.
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