
Inflazione globale, il Giappone guida la corsa: prezzi alla produzione ai massi da due anni
L’indice dei prezzi alla produzione giapponese schizza al rialzo, segnando il record da due anni. Inflazione persistente anche negli Stati Uniti e in Spagna. Tensioni mediorientali e materie prime trainano i costi.
Il dato più clamoroso arriva da Tokyo: ad aprile i prezzi alla produzione in Giappone sono balzati del 4,9 per cento su base annua, ben oltre le attese degli analisti che si fermavano al 3 per cento. È la crescita più forte dal maggio 2023, alimentata dal rincaro di petrolio, carbone, prodotti chimici e metalli non ferrosi — questi ultimi con un rialzo del 37,9 per cento trainato dal rame e dall’alluminio. Secondo gli osservatori della Banca del Giappone, la fiammata riflette le tensioni in Medio Oriente e il conseguente rincaro delle materie prime energetiche, un canale che non accenna a spegnersi.
La pressione inflazionistica non è un fenomeno isolato. Oltreoceano, i prezzi all’importazione negli Stati Uniti sono saliti dell’1,9 per cento ad aprile rispetto a marzo, segnando un +4,2 per cento annuo. Il dato, superiore alle attese, suggerisce che le imprese americane continuano a trasferire a valle i maggiori costi delle forniture estere, in uno scenario di catene globali ancora sotto stress. Da Washington, l’attenzione resta puntata sulle prossime mosse della Federal Reserve, ma il quadro complessivo non lascia molto spazio a un rapido allentamento.
In Europa, il fronte spagnolo conferma la persistenza delle spinte inflazionistiche. I prezzi al consumo sono aumentati dello 0,4 per cento su mese e del 3,2 per cento su anno, in linea con le stime preliminari, mentre il dato core scende appena dal 2,9 al 2,8 per cento. Misurato con l’indice armonizzato Hicp, l’inflazione spagnola tocca il 3,5 per cento, in rialzo rispetto al mese precedente. Per la Banca centrale europea, che già osserva con cautela il carovita dell’intera area euro, numeri come questi — uniti alla fiammata dei costi alla produzione in Giappone e all’aumento dei prezzi all’import negli Stati Uniti — rendono meno probabile un taglio dei tassi a breve termine.
Guardando avanti, gli analisti di Bruxelles e di Francoforte avvertono che il vero banco di prova sarà l’autunno, quando l’effetto base dei rincari energetici potrebbe attenuarsi. Ma se le tensioni mediorientali dovessero intensificarsi o il prezzo del greggio tornare a salire, l’inflazione importata resterà un’ombra lunga sull’economia italiana ed europea. Per l’Italia, paese fortemente dipendente dalle importazioni di energia e materie prime, il messaggio è chiaro: la fase di calo dell’inflazione potrebbe subire un brusco stop, con ricadute sui consumi e sulla fiducia delle imprese.
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