
Intelligenza artificiale: il conto energetico e umano di una rivoluzione annunciata
Un rapporto ONU stima che entro il 2030 i data center potranno consumare quanto il Giappone, mentre cresce il divario tra formazione e nuove competenze richieste.
Nel 2025 i data center mondiali hanno bruciato 448 TWh di elettricità – l’equivalente dell’undicesimo paese consumatore al mondo – generando 189 milioni di tonnellate di CO₂ e consumando 4.500 miliardi di litri d’acqua. A quattro anni dal traguardo del 2030, secondo uno studio delle Nazioni Unite, il fabbisogno potrebbe quasi raddoppiare fino a 945 TWh, un’impronta paragonabile all’attuale domanda energetica del Giappone. La promessa di smaterializzazione si scontra con un’espansione fisica che ridisegna territori: in Piemonte sono oltre settanta le richieste per nuovi centri di calcolo, mentre in Lombardia si preparano stazioni elettriche su aree agricole per alimentarli. L’iperoggetto dell’intelligenza artificiale, come lo definirebbe il filosofo Timothy Morton, sta diventando tangibile ben oltre la sfera digitale.
La corsa all’AI, celebrata con record di visitatori all’ultimo VivaTech di Parigi e spinta dall’ottimismo di economie emergenti – il 77% dei cinesi la considera un’opportunità economica, contro il 24% degli statunitensi –, non si traduce automaticamente in produttività. Un paradosso segnalato dagli analisti latinoamericani riguarda il mercato del lavoro: in Brasile il deficit di formazione di base e tecnica ha fatto arretrare il paese di sette posizioni nel ranking mondiale di competitività, mentre in India oltre la metà dei laureati resta non occupabile nonostante curricula gonfiati da certificazioni digitali. La capacità di applicare conoscenza in contesti reali, di incorniciare problemi ambigui, appare come la vera frontiera mancante.
In Italia, la contraddizione è palpabile: il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha ricordato che «l’AI è una rivoluzione che corre come il vento e il vento non si può fermare con le mani», ma ha insistito sulla necessità di regolarla. Il nodo regolatorio emerge con forza nell’uso dell’AI come pretesto per ristrutturazioni aziendali. I dati globali mostrano che nel 2026 i licenziamenti nel settore tecnologico procedono al ritmo di oltre mille al giorno, spesso con la giustificazione dell’automazione; eppure, secondo un recente report, i tagli non migliorano i bilanci e appena l’1% dei lavoratori licenziati riconduce realmente la propria sorte all’intelligenza artificiale. Il diritto del lavoro argentino, con la sua distinzione tra licenziamento incausato e forza maggiore, offre uno specchio: la giurisprudenza comincia a considerare che il cambiamento tecnologico non è un evento imprevedibile o inevitabile, ma una scelta d’impresa.
Mentre Pechino scommette su robot umanoidi capaci di agire in ambienti non strutturati e l’Europa si interroga su come triplicare la propria potenza di calcolo senza aggravare la crisi idrica ed energetica, il prossimo snodo sarà l’adozione di quadri normativi che riconoscano il costo ambientale e sociale dell’infrastruttura AI. La Commissione europea dovrà decidere se recepire i primi allarmi locali – dal voto unanime della nazione Seminole in Oklahoma per una moratoria sui data center fino alle proteste nelle campagne lombarde – per evitare che la rincorsa ai chip diventi una corsa contro i limiti del pianeta e del lavoro.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | +0.40 | aligned |
L'India guarda al Mondiale con ironia, ridicolizzando le pose politiche dei calciatori e mantenendo un distacco critico.
L'ironia viene costruita attraverso l'accostamento di un termine domestico ('home office') a un contesto sportivo di alto livello, sminuendo la serietà dell'impegno del giocatore e suggerendo un conflitto di interessi politici.
Manca la dimensione comunitaria e festosa che emerge nella stampa latinoamericana, così come l'analisi economica delle scommesse presente in quella europea.
L'Europa riduce il Mondiale a un calcolo di probabilità e scommesse, oggettivando l'evento sportivo in termini di mercato.
La mercificazione avviene attraverso l'uso esclusivo di dati numerici e quote, che trasformano le partite in prodotti finanziari e spostano l'attenzione dal gioco al denaro.
Manca qualsiasi riferimento al significato culturale o sociale del torneo, così come le storie personali dei tifosi o dei giocatori.
L'America Latina vive il Mondiale come una festa collettiva che ferma il lavoro e unisce le persone attorno al calcio.
La comunitarizzazione si realizza attraverso la narrazione in prima persona di un'esperienza condivisa, evocando immagini di bar pieni e pause lavorative, che trasformano l'evento in un rito sociale.
Manca l'analisi delle scommesse e la prospettiva ironica presente in altri blocchi, così come qualsiasi critica politica legata ai calciatori.
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