
Iran propone nuovi colloqui a Washington mentre la tregua resta sospesa sullo Stretto di Hormuz
Nel mezzo di una tregua che appare sempre più fragile, Teheran ha affidato a Islamabad l’ultimo tentativo di rompere l’impasse diplomatico con Washington. Il nuovo testo consegnato giovedì sera ai mediatori pakistani rappresenta, secondo l’ottica di Teheran, un gesto di apertura dopo settimane di stallo: dai primi di aprile vige un cessate il fuoco, ma l’unico round di negoziati diretti è naufragato senza esito. La mossa iraniana arriva mentre il conto economico del conflitto si fa ogni giorno più salato per l’intera economia globale.
La decisione di bloccare lo Stretto di Hormuz ha tagliato fuori dai mercati circa un quinto del petrolio e del gas mondiale, facendo impennare i prezzi energetici e alimentando timori di recessione. Dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno imposto un contro-blocco ai porti iraniani, stringendo la morsa sulle esportazioni di Teheran. A Bruxelles la Commissione europea ha avvertito che la crisi mediorientale potrebbe protrarsi “mesi o addirittura anni”, un allarme che pesa in modo particolare sull’Italia, tra i Paesi europei più esposti alla volatilità degli approvvigionamenti energetici.
Sul fronte militare, le tensioni restano altissime. Un alto comandante iraniano ha minacciato “colpi lunghi e dolorosi” contro le basi statunitensi in caso di nuove ostilità, mentre la Casa Bianca ha vagliato piani per un attacco “breve e potente” finalizzato a costringere Teheran a tornare al tavolo. Intanto, il presidente Trump ha sostenuto che la guerra è già vinta, ma intende assicurarsi che l’Iran non possa mai dotarsi della bomba atomica.
La scadenza dei sessanta giorni previsti dalla legge statunitense sui poteri di guerra è stata aggirata dal Pentagono, che ha sostenuto che la tregua sospende il termine, sollevando perplessità in seno al Congresso. L’iniziativa iraniana arriva dunque in un momento critico: la pressione su entrambi i fronti è massima, ma nessuna delle due parti sembra disposta a cedere sulle richieste fondamentali. Gli analisti di Bruxelles e del Golfo concordano: senza un’intesa che spezzi il nodo dello Stretto di Hormuz e garantisca un controllo verificabile del programma nucleare, il rischio di una ripresa delle ostilità – magari su scala ridotta ma con effetti devastanti – resta concreto.
La palla passa ora a Washington, che dovrà decidere se accogliere o meno la proposta mediata da Islamabad, mentre il mondo trattiene il fiato.
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