
Israele dichiara i cinque grandi banchi un gruppo di concentrazione: una svolta tra luci e ombre
L’Autorità per la concorrenza israeliana ha imposto restrizioni sui depositi, scatenando l’opposizione della Banca centrale. Intanto, Wall Street celebra bonus in rialzo e il mercato del lavoro Usa si stabilizza.
La decisione della commissaria Michal Cohen di dichiarare i cinque maggiori istituti di credito israeliani – Hapoalim, Leumi, Mizrahi Tefahot, Discount e International – come “gruppo di concentrazione” rappresenta un intervento senza precedenti da tredici anni a questa parte, con implicazioni che vanno ben oltre i confini del Medio Oriente. Secondo l’Autorità, tra il 2022 e il 2023 questi banchi avrebbero sottratto al pubblico circa venti miliardi di shekel attraverso tassi di deposito ingiustificatamente bassi, sfruttando una concorrenza quasi inesistente. Le nuove regole, che entreranno in vigore nel maggio del 2026, impongono limiti alle condizioni offerte sui depositi, un provvedimento che a Tel Aviv è stato accolto con freddezza dalla Banca d’Israele. L’istituto centrale ha definito la mossa “estrema e sproporzionata”, temendo che possa dissuadere gli investitori stranieri e, paradossalmente, non portare alcun beneficio concreto ai correntisti. Il dissidio tra regolatori mostra quanto sia delicato l’equilibrio tra tutela del consumatore e stabilità sistemica.
Oltre il Mediterraneo, il panorama finanziario racconta un’altra storia. Secondo i dati diffusi da ADP Research, le imprese statunitensi hanno aggiunto 109mila posti di lavoro ad aprile, il dato più alto dall’inizio del 2025, segno che il mercato del lavoro americano ha ritrovato slancio dopo un anno difficile. La crescita è trainata da sanità, istruzione e costruzioni – queste ultime legate agli investimenti nei data center per l’intelligenza artificiale. Nello stesso tempo, a New York, le grandi banche d’affari tornano a dominare la scena dei bonus: Johnson Associates prevede un aumento del 39% rispetto al 2022, superando hedge fund e wealth management, mentre il private equity arranca. Un’inversione di tendenza che suggerisce come il settore bancario globale stia ritrovando centralità.
Per l’Europa e per l’Italia, la vicenda israeliana offre uno spunto di riflessione. Bruxelles osserva da tempo la concentrazione del sistema bancario dell’area euro, dove i primi cinque gruppi controllano oltre il 70% degli attivi in molti Paesi. La scelta di Tel Aviv di agire con durezza potrebbe alimentare il dibattito su strumenti analoghi in sede comunitaria, anche se la Bce guarda con cautela a interventi che rischiano di comprimere i margini di un settore già sotto pressione per la digitalizzazione e le nuove sfide globali. Il quadro, insomma, è duplice: mentre negli Stati Uniti le banche tornano a essere protagoniste del capitalismo finanziario, in Israele si tenta di piegarle a logiche di maggiore equità – un confronto che nella sua asimmetria racchiude le contraddizioni del nostro tempo.
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