
Israele uccide a Beirut il capo delle forze speciali di Hezbollah: la tregua è a rischio
Un raid israeliano nel cuore della roccaforte di Hezbollah a Beirut elimina il comandante della unità d’élite Radwan. Netanyahu rivendica: «Nessuna immunità». La fragile tregua del 17 aprile vacilla.
L’esercito israeliano ha colpito al cuore della roccaforte di Hezbollah a Beirut, uccidendo il comandante delle forze speciali Radwan, Ahmad Ghaleb Balout, noto come Malik. Il raid, avvenuto mercoledì sera nel quartiere di Haret Hreik, è il primo di tale portata nella capitale libanese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dello scorso 17 aprile, mediato dagli Stati Uniti. Nella notte, i soccorritori hanno rimosso le macerie dell’edificio residenziale centrato, mentre il partito sciita taceva sull’esito dell’operazione. Il silenzio di Hezbollah, rotto solo da rivendicazioni minori di attacchi contro mezzi israeliani nel sud del Libano, lascia intendere la portata del colpo subito.
Per Tel Aviv, l’eliminazione di Balout è una vittoria strategica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in una dichiarazione congiunta con il ministro della Difesa Israel Katz, ha affermato che «nessun terrorista godrà di immunità a Beirut». L’esponente di lungo corso della unità Radwan, responsabile della preparazione al conflitto e della pianificazione di decine di operazioni contro l’esercito israeliano, era considerato la mente del cosiddetto «piano per l’occupazione della Galilea». Secondo fonti militari israeliane, oltre a Balout sarebbero stati uccisi altri comandanti di medio livello, tra cui il responsabile dell’intelligence della unità Nasr e il capo della difesa aerea di Hezbollah. L’operazione è stata presentata come parte di una campagna più ampia che, nelle ultime settimane, avrebbe eliminato oltre duecento miliziani.
Sul fronte libanese, la tensione è palpabile. Mentre l’Agenzia nazionale d’informazione riferiva di nuovi bombardamenti aerei e di artiglieria su località del sud e della Bekaa, fonti ospedaliere hanno segnalato feriti tra i soccorritori in un secondo attacco nei pressi di un ospedale a Tulo. Il bilancio ufficiale delle vittime delle ultime ore – undici morti – resta provvisorio. La comunità internazionale osserva con apprensione: Pechino ha condannato ogni movimento che possa «escalate le tensioni regionali», mentre la diplomazia svizzera e pakistana si sono dette pronte a ospitare nuovi colloqui tra Washington e Teheran, segno che il fragile dialogo nucleare resta sullo sfondo.
L’Europa, e in particolare l’Italia, segue con preoccupazione l’evolversi della crisi. Roma, da sempre attenta alla stabilità del Mediterraneo orientale e impegnata nella missione Unifil, teme che il raid possa innescare una reazione a catena: Hezbollah potrebbe rispondere con razzi su larga scala, costringendo Israele a una nuova offensiva terrestre. Bruxelles, pur ribadendo il diritto di Israele alla difesa, richiama tutte le parti al rispetto della tregua. La partita, però, è ormai aperta. L’uccisione di Balout potrebbe essere l’innesco per una nuova fase di scontri, mentre il tentativo americano di stabilizzare il fronte libanese si infrange contro la determinazione israeliana di negare qualsiasi «zona franca» a Hezbollah. L’equilibrio precario del 17 aprile sembra, per ora, definitivamente rotto.
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