
L'America chiede la pena di morte per l'uccisione dei due impiegati israeliani a Washington
Il Dipartimento di Giustizia chiede l'esecuzione capitale per Elias Rodriguez, autore della sparatoria davanti al museo ebraico. Tre capi d'accusa su tredici.
Il governo degli Stati Uniti ha formalmente richiesto la pena di morte per Elias Rodriguez, il trentunenne di Chicago accusato di aver ucciso a colpi di pistola due impiegati dell’ambasciata israeliana a Washington nel maggio del 2025. La procuratrice federale del Distretto di Columbia, Jeanine Pirro, ha depositato venerdì una notifica di intento per chiedere l’esecuzione capitale su tre dei tredici capi d’imputazione, tra cui omicidio di un funzionario straniero e crimini d’odio. Secondo gli atti dell’accusa, Rodriguez avrebbe urlato «Liberate la Palestina» subito dopo aver sparato, durante l’arresto, e avrebbe dichiarato alla polizia di aver agito per Gaza. La difesa si è dichiarata non colpevole.
La decisione giunge in un clima politico profondamente polarizzato. Dopo che l’amministrazione Biden aveva di fatto sospeso le esecuzioni federali, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha rilanciato con forza la pena capitale come strumento di giustizia. L’ottica di Washington vede in questo caso un atto di terrorismo interno a matrice ideologica, aggravato dall’odio antisemita. La procura ha infatti invocato la qualifica di crimine d’odio, sottolineando la motivazione politica, nazionale e religiosa dell’aggressione.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la notizia è stata accolta con attenzione mista a preoccupazione. Se da Tel Aviv arriva la soddisfazione per la linea dura americana, a Bruxelles e nelle capitali europee, inclusa Roma, la prospettiva di una esecuzione capitale riapre il dibattito sui valori della giustizia. L’Italia, che ha abolito la pena di morte e la considera una violazione dei diritti umani, segue il caso con cautela, consapevole delle implicazioni diplomatiche di un processo che mescola terrorismo e conflitto mediorientale.
I media in lingua persiana, sia quelli vicini a Teheran sia le testate in esilio, hanno dato ampio risalto alla vicenda, letta come l’ennesimo esempio della politicizzazione della giustizia americana. La stampa iraniana sottolinea il grido di «Liberate la Palestina» come prova di un atto di resistenza, mentre la contro-narrativa ufficiale di Washington lo etichetta come terrorismo. Questo contrasto riflette il profondo solco interpretativo che separa le due visioni del conflitto israelo-palestinese.
Il processo, che si preannuncia lungo e carico di tensioni simboliche, metterà alla prova i confini tra giustizia penale, politica estera e diritti umani. La richiesta di pena di morte, rara per un crimine non federale commesso in tempo di pace, potrebbe diventare un banco di prova per la nuova amministrazione Trump e per il rapporto tra Stati Uniti e alleati europei, che guardano con crescente disagio a un ritorno alle esecuzioni capitali.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.40 | critical |
I procuratori statunitensi hanno annunciato formalmente che chiederanno la pena di morte per l'uomo accusato di aver ucciso a colpi d'arma da fuoco due impiegati dell'ambasciata israeliana fuori da un museo ebraico a Washington. La richiesta legale cita accuse di omicidio e crimine d'odio, e nota che il sospettato ha gridato 'Liberate la Palestina' durante l'arresto. La cronaca si attiene all'annuncio ufficiale, sottolineando il passo procedurale senza commenti di parte.
I media iraniani allineati al regime riferiscono che gli Stati Uniti chiedono la pena di morte per un uomo che ha ucciso due impiegati dell'ambasciata israeliana, ma sottolineano lo slogan pro-palestinese del sospettato durante l'arresto. L'articolo nota che l'ex presidente Trump ha sostenuto le esecuzioni federali, inquadrando la richiesta come politicamente motivata. Il tono ha una sottocorrente critica, suggerendo che gli USA stanno punendo severamente qualcuno che ha agito per solidarietà con la Palestina.
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