
L’operazione ‘Ira epica’ è finita: la Casa Bianca ora punta a riaprire Hormuz
Gli Stati Uniti hanno concluso la fase offensiva contro l’Iran. Priorità diventa il passaggio navale nello Stretto, mentre la diplomazia tenta di risolvere il nodo nucleare.
L’amministrazione Trump ha ufficialmente chiuso la fase offensiva dell’operazione ‘Ira epica’ contro l’Iran, come annunciato dal segretario di Stato Marco Rubio in un briefing alla Casa Bianca. La decisione, comunicata al Congresso dopo aver raggiunto la soglia dei sessanta giorni che avrebbe richiesto un’autorizzazione legislativa, segna un passaggio tattico piuttosto che strategico: l’obiettivo dichiarato di Washington è ora la riapertura del Canale di Hormuz, attraverso il cosiddetto ‘Progetto Libertà’. Rubio ha sottolineato che l’operazione militare ha conseguito i suoi scopi, mentre il futuro resta aperto a sviluppi ancora imprevedibili.
Dal punto di vista di Washington, la transizione da una postura offensiva a una difensiva rappresenta un tentativo di riconquistare iniziativa diplomatica senza perdere credibilità militare. Rubio ha precisato che le forze americane non apriranno il fuoco per prime, ma reagiranno con «efficacia letale» se bersagliate. Parallelamente, i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner stanno lavorando a un’intesa con Teheran che vada oltre l’arricchimento dell’uranio, affrontando il destino del materiale già accumulato «in un luogo molto profondo». L’ipotesi di un ritorno alla situazione precedente al conflitto, per quanto evocata, resta condizionata dalla volontà iraniana di coordinare il transito delle navi.
A Teheran, la fine ufficiale delle ostilità viene accolta con cautela. Le autorità iraniane hanno ribadito che ogni nave in transito nelle acque adiacenti al proprio territorio dovrà essere coordinata con la Repubblica Islamica, una posizione che di fatto mantiene la pressione sullo stretto. La diplomazia è considerata l’unica via percorribile, ma l’asse portante del negoziato resta il programma nucleare: per gli analisti di Bruxelles, senza un accordo che blocchi la capacità militare iraniana, qualsiasi tregua rischia di essere temporanea.
L’impatto sull’Italia e sull’Europa è significativo. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia per oltre un quinto del petrolio mondiale, e la sua chiusura ha già provocato oscillazioni nei prezzi del greggio che si ripercuotono sulle economie europee, già provate dall’inflazione. Roma segue con attenzione l’evoluzione della crisi, consapevole che il Mediterraneo allargato – dalla Libia al Golfo Persico – resta un teatro strategico per la sicurezza energetica nazionale. La scelta di Trump di privilegiare la riapertura dello stretto rispetto a un’escalation senza fine risponde anche a logiche di mercato, ma l’incognita rimane la volontà iraniana di accettare condizioni che limitino la propria sovranità.
Guardando avanti, gli analisti di Pechino e Mosca osservano con interesse il tentativo americano di trasformare un’operazione militare in un progetto di stabilizzazione regionale. La Cina, principale acquirente di petrolio iraniano, ha tutto l’interesse a che Hormuz torni navigabile, ma senza che ciò rafforzi l’egemonia navale statunitense. La partita, insomma, si gioca su più tavoli: il negoziato bilaterale tra Iran e Stati Uniti, le pressioni congressuali a Washington, e le dinamiche di alleanze nel Golfo. Se la fase offensiva è conclusa, la vera sfida – riportare la stabilità in una regione infiammata – è appena cominciata.
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