
Tra minacce ai marines e inflazione al 73%: l’Iran si prepara a una nuova escalation
Ali Akbar Velayati avverte l’equipaggio della USS Tripoli: il vostro destino sarà il macello. Intanto a Teheran il pane costa il doppio e la diplomazia congela il dialogo.
Ali Akbar Velayati, consigliere per gli affari internazionali della guida suprema iraniana, ha scelto il linguaggio più crudo per rivolgersi ai militari statunitensi di stanza nel Golfo. Su X ha scritto che l’equipaggio della nave d’assalto anfibio USS Tripoli, oggi “guardiano dei forzieri della regione”, finirà invece in un mattatoio. La minaccia, diretta e senza ambiguità, non è un gesto isolato: arriva mentre il regime di Teheran cerca di mostrare i muscoli in un momento di fragilità interna senza precedenti.
L’economia iraniana, soffocata dalle sanzioni e da una gestione dissennata, registra un’inflazione puntuale al 73,5 per cento, con i generi alimentari e i detersivi che in pochi mesi hanno moltiplicato il loro prezzo per due volte e mezzo, come documentano le testimonianze di cittadini di Kerman e di altre province. Un carrello della spesa che fino a ieri costava 350mila rial oggi ne costa 800mila, e la forbice continua ad allargarsi. In questo quadro di malessere popolare, la Repubblica islamica cerca di proiettare all’esterno un’immagine di determinazione, ma la retorica bellicista si scontra con una realtà diplomatica segnata dalla diffidenza.
Ismail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri, ha dichiarato che Teheran non può dimenticare le “aggressioni ingiustificate” degli Stati Uniti e che non sprecherà tempo su questioni già rivelatesi irrisolvibili in passato. Un messaggio che, letto a Bruxelles, suona come un rifiuto implicito a qualsiasi negoziato sostanziale, proprio mentre l’Europa cerca di mediare per scongiurare un’escalation militare che avrebbe conseguenze disastrose per i mercati energetici e per la stabilità del Mediterraneo allargato. L’Italia, che importa una quota non trascurabile di greggio dal Medio Oriente e che ospita basi Nato nel sud del Paese, segue con apprensione il deterioramento del clima regionale.
Secondo l’ottica di Pechino, invece, la tensione tra Iran e Stati Uniti rappresenta un’opportunità per rafforzare la propria influenza economica e diplomatica, offrendo a Teheran una via di fuga dalle sanzioni attraverso accordi bilaterali. Ma la sfida più immediata resta quella interna: la crisi del potere d’acquisto erode il consenso e spinge la leadership a cercare capri espiatori esterni. La domanda, per gli analisti di Washington, è se l’avvertimento di Velayati sia un bluff o il preludio a un’azione diretta.
Quel che è certo è che la retorica del sacrificio e della guerra, quando si combina con un’inflazione che strangola le famiglie, può trasformarsi in una miscela esplosiva, capace di travolgere non solo i marinai americani, ma lo stesso equilibrio di potere nella regione.
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