
La Cina sfida Washington: ordine di non rispettare le sanzioni Usa sulle raffinerie che comprano petrolio iraniano
Pechino ha rotto gli indugi. Il ministero del Commercio cinese ha emanato un’ordinanza che vieta a cinque grandi raffinerie nazionali di riconoscere e ottemperare alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti per l’acquisto di greggio iraniano. Tra queste spicca Hengli Petrochemical, colpita da Washington lo scorso aprile con l’accusa di aver movimentato miliardi di dollari in petrolio proveniente da Teheran. La mossa di Pechino non è solo un atto di protezione economica, ma una dichiarazione politica che riaccende le tensioni in uno scacchiere già incandescente.
La decisione arriva in un momento in cui il confronto tra Stati Uniti e Iran si è inasprito fino a trasformarsi in guerra aperta, con il blocco de facto dello stretto di Ormuz, arteria vitale per i flussi energetici globali. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’effetto combinato delle sanzioni americane e dell’instabilità militare sta producendo un’impennata dei prezzi del petrolio che colpisce duramente le economie europee, Italia compresa, già alle prese con una inflazione persistente. Il governo cinese, da parte sua, ribadisce che le misure unilaterali statunitensi non hanno alcuna base nel diritto internazionale né mandato Onu, e costituiscono un atto di ingerenza nella sovranità commerciale di terzi.
Dal punto di vista di Pechino, la posta in gioco è duplice: salvaguardare la sicurezza energetica nazionale – la Cina è il maggiore importatore mondiale di greggio – e difendere la propria autonomia decisionale in un contesto di guerra commerciale e tecnologica con Washington. L’ordinanza ministeriale, che cita esplicitamente la protezione della sovranità e degli interessi legittimi delle imprese cinesi, rappresenta una risposta diretta alla strategia americana di contenimento economico. Per le raffinerie private coinvolte, come il gruppo Shandong Jincheng e Hebei Xinhai, il provvedimento offre un paravento legale contro il rischio di congelamento di asset e interdizione dalle transazioni internazionali.
L’impatto sulla dinamica globale è già tangibile. L’ottica di Teheran vede in questo appoggio cinese un’ancora di salvezza per le proprie esportazioni, mentre gli analisti di Wall Street segnalano un aumento della volatilità sui mercati petroliferi e una possibile frammentazione del regime sanzionatorio. Per l’Europa e l’Italia, il nodo si stringe: Bruxelles si trova a dover bilanciare l’allineamento atlantico con la necessità di tenere aperti canali diplomatici con Pechino, in un momento in cui le forniture energetiche alternative restano insufficienti. Nei prossimi mesi, la capacità di Washington di imporre la propria volontà unilaterale sarà messa alla prova proprio da questa sfida cinese, mentre il costo di una escalation prolungata – in termini di inflazione e instabilità – ricade su tutti i consumatori mondiali.
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