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Giustizia e Dirittolunedì 29 giugno 2026

La Corte Suprema chiude il caso Carroll: Trump deve pagare 5 milioni per abuso sessuale

I giudici respingono senza motivazioni il ricorso del presidente, rendendo definitiva la condanna civile per violenza sessuale e diffamazione contro la scrittrice E. Jean Carroll.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto lunedì il ricorso con cui il presidente Donald Trump chiedeva di annullare il verdetto che lo ha riconosciuto civilmente responsabile di abuso sessuale e diffamazione ai danni della scrittrice E. Jean Carroll. Con un’ordinanza non motivata e senza dissensi registrati, i giudici hanno lasciato in piedi la condanna a 5 milioni di dollari emessa nel 2023 da una giuria federale di New York. La decisione chiude definitivamente il primo dei due filoni giudiziari aperti dalla giornalista, che aveva accusato Trump di averla aggredita in un camerino del grande magazzino Bergdorf Goodman a metà degli anni Novanta e di aver poi mentito pubblicamente definendo la sua storia una «bufala».

Secondo i legali di Trump, il processo era stato inquinato da decisioni probatorie «altamente incendiarie»: il giudice distrettuale Lewis Kaplan avrebbe ammesso la testimonianza di altre due donne che accusavano il presidente di molestie sessuali risalenti a decenni prima, nonché la diffusione del controverso video di Access Hollywood del 2005, in cui Trump si vantava di poter toccare le donne impunemente. La difesa sosteneva che tali elementi, non direttamente collegati alle accuse di Carroll, avessero condizionato la giuria. Per l’accusa, rappresentata dall’avvocata Roberta Kaplan, quelle prove erano invece rilevanti perché mostravano un «modello di condotta ripetuto e idiosincratico» e la loro ammissione era in linea con la giurisprudenza consolidata. La Corte d’Appello federale aveva già confermato il verdetto nel 2024, e ora il massimo organo giudiziario ha rifiutato persino di esaminare il caso.

La sentenza ha natura esclusivamente civile e non comporta conseguenze penali, ma sancisce in via definitiva la responsabilità di un presidente in carica per violenza sessuale e diffamazione. Trump aveva già versato 5,5 milioni di dollari su un conto vincolato, somma che Carroll potrà ora incassare. Resta invece aperto il secondo procedimento, in cui una giuria ha condannato Trump a pagare 83,3 milioni di dollari per ulteriori dichiarazioni diffamatorie rese dopo la prima denuncia: l’appello è ancora in corso e potrebbe giungere alla Corte Suprema nei prossimi mesi. Parallelamente, il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta penale sulla stessa Carroll per verificare se abbia reso false dichiarazioni durante le cause civili, un’iniziativa che secondo fonti vicine al caso rientrerebbe in una più ampia strategia dell’amministrazione per colpire gli avversari politici attraverso lo strumento giudiziario.

Osservatori europei leggono nella vicenda un banco di prova per la tenuta dell’indipendenza giudiziaria negli Stati Uniti. La Corte Suprema, pur a maggioranza conservatrice e con tre giudici nominati dallo stesso Trump, non ha offerto al presidente lo scudo che egli invocava, confermando che il principio di responsabilità individuale prevale anche sull’immunità presidenziale in ambito civile. Per l’Italia e l’Unione Europea, che seguono con attenzione l’evoluzione dello stato di diritto oltre Atlantico, il caso Carroll rappresenta un segnale di resilienza delle istituzioni giudiziarie americane, pur in un clima di forte polarizzazione politica. Il dossier giudiziario personale di Trump, tuttavia, è destinato a rimanere al centro del dibattito pubblico mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato e mentre la Corte Suprema dovrà pronunciarsi su altri ricorsi legati al suo operato.

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lunedì 29 giugno 2026

La Corte Suprema chiude il caso Carroll: Trump deve pagare 5 milioni per abuso sessuale

I giudici respingono senza motivazioni il ricorso del presidente, rendendo definitiva la condanna civile per violenza sessuale e diffamazione contro la scrittrice E. Jean Carroll.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto lunedì il ricorso con cui il presidente Donald Trump chiedeva di annullare il verdetto che lo ha riconosciuto civilmente responsabile di abuso sessuale e diffamazione ai danni della scrittrice E. Jean Carroll. Con un’ordinanza non motivata e senza dissensi registrati, i giudici hanno lasciato in piedi la condanna a 5 milioni di dollari emessa nel 2023 da una giuria federale di New York. La decisione chiude definitivamente il primo dei due filoni giudiziari aperti dalla giornalista, che aveva accusato Trump di averla aggredita in un camerino del grande magazzino Bergdorf Goodman a metà degli anni Novanta e di aver poi mentito pubblicamente definendo la sua storia una «bufala».

Secondo i legali di Trump, il processo era stato inquinato da decisioni probatorie «altamente incendiarie»: il giudice distrettuale Lewis Kaplan avrebbe ammesso la testimonianza di altre due donne che accusavano il presidente di molestie sessuali risalenti a decenni prima, nonché la diffusione del controverso video di Access Hollywood del 2005, in cui Trump si vantava di poter toccare le donne impunemente. La difesa sosteneva che tali elementi, non direttamente collegati alle accuse di Carroll, avessero condizionato la giuria. Per l’accusa, rappresentata dall’avvocata Roberta Kaplan, quelle prove erano invece rilevanti perché mostravano un «modello di condotta ripetuto e idiosincratico» e la loro ammissione era in linea con la giurisprudenza consolidata. La Corte d’Appello federale aveva già confermato il verdetto nel 2024, e ora il massimo organo giudiziario ha rifiutato persino di esaminare il caso.

La sentenza ha natura esclusivamente civile e non comporta conseguenze penali, ma sancisce in via definitiva la responsabilità di un presidente in carica per violenza sessuale e diffamazione. Trump aveva già versato 5,5 milioni di dollari su un conto vincolato, somma che Carroll potrà ora incassare. Resta invece aperto il secondo procedimento, in cui una giuria ha condannato Trump a pagare 83,3 milioni di dollari per ulteriori dichiarazioni diffamatorie rese dopo la prima denuncia: l’appello è ancora in corso e potrebbe giungere alla Corte Suprema nei prossimi mesi. Parallelamente, il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta penale sulla stessa Carroll per verificare se abbia reso false dichiarazioni durante le cause civili, un’iniziativa che secondo fonti vicine al caso rientrerebbe in una più ampia strategia dell’amministrazione per colpire gli avversari politici attraverso lo strumento giudiziario.

Osservatori europei leggono nella vicenda un banco di prova per la tenuta dell’indipendenza giudiziaria negli Stati Uniti. La Corte Suprema, pur a maggioranza conservatrice e con tre giudici nominati dallo stesso Trump, non ha offerto al presidente lo scudo che egli invocava, confermando che il principio di responsabilità individuale prevale anche sull’immunità presidenziale in ambito civile. Per l’Italia e l’Unione Europea, che seguono con attenzione l’evoluzione dello stato di diritto oltre Atlantico, il caso Carroll rappresenta un segnale di resilienza delle istituzioni giudiziarie americane, pur in un clima di forte polarizzazione politica. Il dossier giudiziario personale di Trump, tuttavia, è destinato a rimanere al centro del dibattito pubblico mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato e mentre la Corte Suprema dovrà pronunciarsi su altri ricorsi legati al suo operato.

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