
La Fed si prepara al cambio della guardia mentre l’ombra del petrolio congela i tassi
L’ultimo ostacolo politico alla successione di Jerome Powell è caduto nel fine settimana, sgombrando la strada alla conferma di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha ritirato il veto che bloccava la nomina dopo che il Dipartimento di Giustizia ha archiviato l’indagine penale contro Powell per presunte irregolarità nei costi di ristrutturazione della sede centrale. La mossa chiude una fase di incertezza che teneva in ostaggio la banca centrale più potente del mondo proprio mentre l’economia globale si confronta con una pericolosa miscela di inflazione energetica e tensioni geopolitiche.
La riunione del Comitato di politica monetaria che si conclude mercoledì sarà con ogni probabilità l’ultima presieduta da Powell, il cui mandato scade il 15 maggio. Gli analisti si attendono un ennesimo mantenimento dei tassi d’interesse nella forchetta tra il 3,50 e il 3,75 per cento. Non è una scelta sorprendente: il rimbalzo dell’inflazione, alimentato dal caro-benzina e dai rischi di interruzione degli approvvigionamenti, lascia alla Fed margini di manovra ridottissimi. Secondo fonti vicine al consiglio direttivo, l’istituto teme che qualsiasi segnale di allentamento monetario possa innescare una spirale di rincari difficile da domare.
Il nervo scoperto resta lo Stretto di Hormuz. Il blocco de facto imposto dalla crisi iraniana sta facendo lievitare i prezzi del greggio, con ripercussioni immediate sui listini alla pompa che si propagano dai consumatori americani fino alle imprese dell’area euro. Nell’ottica di Bruxelles, l’aumento del costo dell’energia rischia di vanificare i fragili progressi sul fronte del rientro dell’inflazione, costringendo la Banca centrale europea a mantenere un atteggiamento più restrittivo di quanto non volesse. Gli osservatori di Pechino, da parte loro, leggono il ristagno dei consumi occidentali come un ulteriore freno alla già incerta ripresa delle esportazioni cinesi, in un contesto di guerra commerciale latente.
L’interrogativo ora ruota attorno a Kevin Warsh. Pur avendo superato lo scoglio della conferma, il candidato voluto da Donald Trump si trova di fronte a un dilemma classico: assecondare le pressioni della Casa Bianca per un taglio immediato del costo del denaro, oppure resistere sapendo che un gesto accomodante potrebbe riaccendere l’inflazione, proprio come avvenne negli anni Settanta. La sua fama di banchiere centrale pragmatico, forgiata durante la crisi finanziaria del 2008, lo rende poco incline a piegarsi a logiche elettorali. E il presidente uscente Powell, da molti additato come un oppositore del tycoon, esce di scena proprio nel momento in cui la sua prudenza appare quasi profetica.
Guardando avanti, la politica monetaria americana resterà in ostaggio della geografia. Finché il petrolio continuerà a viaggiare su rotte militarizzate e le tensioni mediorientali non troveranno uno sbocco diplomatico, la Fed di Warsh sarà costretta a convivere con un’inflazione importata che nessun rialzo dei tassi interni può davvero spegnere. L’Italia e l’Europa, che dipendono dalle importazioni energetiche, osservano con apprensione: un dollaro forte sostenuto da tassi alti rende più cara la bolletta energetica in euro, alimentando quel cortocircuito tra stabilità monetaria e crescita che a Bruxelles e a Roma conoscono fin troppo bene.
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