
Il fondo sovrano saudita abbandona LIV Golf: fine di un'era per il golf ribelle
La notizia era nell’aria da settimane, e giovedì è diventata ufficiale: il Public Investment Fund dell’Arabia Saudita ha annunciato che cesserà di finanziare il LIV Golf al termine della stagione 2026, segnando la fine di un’avventura sportiva costata oltre sette miliardi di dollari. Il circuito ribelle, nato nel 2021 con l’ambizione di rivoluzionare il golf professionistico attraverso ingaggi faraonici e un format a squadre, si trova ora a dover trovare nuovi investitori per sopravvivere. Secondo l’ottica di Riad, la decisione rientra in una più ampia revisione delle priorità d’investimento sovrano, influenzata dalle tensioni in Medio Oriente e dalla necessità di diversificare un portafoglio che, dopo aver bruciato miliardi in sport- vetrina, cerca ora ritorni più tangibili.
A Londra e New York, gli analisti finanziari osservano che il disimpegno saudita segue una logica già sperimentata in altri settori: il fondo ha usato il golf come strumento di soft power durante la fase di lancio di Vision 2030, ma ora che l’immagine del regno è consolidata, l’enorme costo operativo della lega — stipendi milionari garantiti a stelle come Bryson DeChambeau, Jon Rahm e Phil Mickelson — non è più giustificabile. Il LIV Golf ha reagito annunciando un “modello di investimento multi-partner”, ma l’assenza del nome saudita dal comunicato e le dimissioni di Yasir Al-Rumayyan dalla presidenza del board lasciano pochi dubbi sulla portata della svolta.
L’impatto più immediato si misura sul campo. Con la fine dei contratti garantiti, molti giocatori guardano al ritorno sul PGA Tour, ma il percorso è irto di ostacoli. Brian Rolapp, amministratore delegato del circuito americano, ha già fatto intendere che i “pentiti” dovranno affrontare sanzioni significative e percorsi di riammissione selettivi. Lo dimostra il caso di Brooks Koepka, che ha potuto rientrare solo grazie a una clausola riservata ai vincitori di major, pagando un prezzo salato. Per l’Europa e per l’Italia, dove il golf vive di sinergie con i tornei del DP World Tour, la fine del LIV potrebbe significare un ritorno alla normalità competitiva, ma anche la perdita di quella spinta agli ingaggi che aveva forzato un inasprimento salariale anche sui circuiti tradizionali.
In prospettiva, il futuro del LIV appare legato alla capacità di attrarre fondi sovrani asiatici o americani, in un momento in cui lo sport globale sta ridisegnando le alleanze tra leghe e investitori. Ma il fallimento del modello saudita — miliardi spesi senza mai raggiungere la redditività — offre una lezione chiara: il golf non si compra con il solo denaro, e la sua architettura tradizionale, fatta di storia e ranking, resta più forte di ogni rivoluzione finanziaria.
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