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domenica 3 maggio 2026

La rappresaglia di Trump su Merz: 5.000 soldati Usa lasciano la Germania, l’Europa si prepari

Il Pentagono ha ordinato il ritiro di circa cinquemila soldati statunitensi dalla Germania, da completarsi entro i prossimi sei-dodici mesi, segnando la più concreta riduzione della presenza militare americana in Europa dalla fine della Guerra Fredda. La decisione, annunciata venerdì dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, assume i contorni di una punizione esemplare inflitta da Donald Trump al cancelliere tedesco Friedrich Merz, reo di aver definito “umiliante” la posizione negoziale degli Stati Uniti nei colloqui con l’Iran e di aver messo in dubbio la strategia di uscita dal conflitto. «Il presidente reagisce giustamente a dichiarazioni controproducenti», hanno fatto filtrare fonti del Pentagono, mentre Trump stesso, sabato, ha alzato il tiro annunciando tagli «ben più ampi di cinquemila». La mossa, che riporta il contingente ai livelli precedenti l’invasione russa dell’Ucraina, si inserisce in un attacco a tre punte contro l’Europa: ai dazi al venticinque per cento sulle auto europee si aggiunge la cancellazione del piano Biden per schierare in Germania un battaglione di artiglieria a lungo raggio.

Da Berlino, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha incassato il colpo con una freddezza calcolata: «Era prevedibile», ha dichiarato, sottolineando che la presenza americana in Europa serve anche gli interessi di Washington. «Dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza», ha aggiunto, evocando l’espansione della Bundeswehr verso i duecentosessantamila uomini e l’accelerazione degli acquisti di equipaggiamento. L’ottica di Bruxelles, attraverso un portavoce della Nato, conferma che l’alleanza sta lavorando con Washington per comprendere le implicazioni, ma l’allarme è tangibile: il Segretario generale ha ricordato che «questi cambiamenti sottolineano la necessità per l’Europa di investire di più nella difesa». Nel frattempo, Trump ha messo nel mirino anche Italia e Spagna, accusate di non sostenere adeguatamente la campagna iraniana, mentre dall’Iran le voci ufficiali registrano con soddisfazione la spaccatura atlantica.

La questione, per l’osservatore italiano, è doppiamente sensibile. Non solo perché il nostro Paese ospita basi strategiche come Sigonella e Aviano, ora minacciate da possibili riduzioni, ma perché l’intera architettura di sicurezza europea – che dalla fine della seconda guerra mondiale si regge sull’ombrello americano – mostra crepe profonde. Gli analisti di Mosca seguono con attenzione: il ritiro, per quanto parziale, indebolisce il fianco orientale della Nato e potrebbe essere interpretato come un segnale di disimpegno che la Russia, in piena guerra in Ucraina, potrebbe sfruttare. I falchi repubblicani al Congresso – i presidenti delle commissioni Forze armate di Camera e Senato – hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che il gesto manda il segnale sbagliato a Vladimir Putin. Eppure Trump, forte dei poteri di comandante in capo, può aggirare i limiti legislativi ridistribuendo le forze tra paesi senza ridurre la presenza complessiva sotto la soglia dei settantaseimila.

In prospettiva, il ritiro tedesco potrebbe rivelarsi non un episodio, ma l’antipasto di una riorganizzazione più radicale: Trump punta a concentrare le risorse sull’Indo-Pacifico e a scaricare sugli alleati europei il peso della propria difesa continentale. Per l’Italia, ciò significa dover scegliere tra un aumento accelerato delle spese militari (già oggetto di acceso dibattito in Parlamento) e l’accettazione di un ruolo subalterno in una Nato sempre più a trazione europea. Il continente, come ha detto Pistorius, deve diventare «più europeo per restare transatlantico». Il nodo, ora, è se questa consapevolezza si tradurrà in fatti o resterà un ennesimo auspicio.

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La rappresaglia di Trump su Merz: 5.000 soldati Usa lasciano la Germania, l’Europa si prepari

Il Pentagono ha ordinato il ritiro di circa cinquemila soldati statunitensi dalla Germania, da completarsi entro i prossimi sei-dodici mesi, segnando la più concreta riduzione della presenza militare americana in Europa dalla fine della Guerra Fredda. La decisione, annunciata venerdì dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, assume i contorni di una punizione esemplare inflitta da Donald Trump al cancelliere tedesco Friedrich Merz, reo di aver definito “umiliante” la posizione negoziale degli Stati Uniti nei colloqui con l’Iran e di aver messo in dubbio la strategia di uscita dal conflitto. «Il presidente reagisce giustamente a dichiarazioni controproducenti», hanno fatto filtrare fonti del Pentagono, mentre Trump stesso, sabato, ha alzato il tiro annunciando tagli «ben più ampi di cinquemila». La mossa, che riporta il contingente ai livelli precedenti l’invasione russa dell’Ucraina, si inserisce in un attacco a tre punte contro l’Europa: ai dazi al venticinque per cento sulle auto europee si aggiunge la cancellazione del piano Biden per schierare in Germania un battaglione di artiglieria a lungo raggio.

Da Berlino, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha incassato il colpo con una freddezza calcolata: «Era prevedibile», ha dichiarato, sottolineando che la presenza americana in Europa serve anche gli interessi di Washington. «Dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza», ha aggiunto, evocando l’espansione della Bundeswehr verso i duecentosessantamila uomini e l’accelerazione degli acquisti di equipaggiamento. L’ottica di Bruxelles, attraverso un portavoce della Nato, conferma che l’alleanza sta lavorando con Washington per comprendere le implicazioni, ma l’allarme è tangibile: il Segretario generale ha ricordato che «questi cambiamenti sottolineano la necessità per l’Europa di investire di più nella difesa». Nel frattempo, Trump ha messo nel mirino anche Italia e Spagna, accusate di non sostenere adeguatamente la campagna iraniana, mentre dall’Iran le voci ufficiali registrano con soddisfazione la spaccatura atlantica.

La questione, per l’osservatore italiano, è doppiamente sensibile. Non solo perché il nostro Paese ospita basi strategiche come Sigonella e Aviano, ora minacciate da possibili riduzioni, ma perché l’intera architettura di sicurezza europea – che dalla fine della seconda guerra mondiale si regge sull’ombrello americano – mostra crepe profonde. Gli analisti di Mosca seguono con attenzione: il ritiro, per quanto parziale, indebolisce il fianco orientale della Nato e potrebbe essere interpretato come un segnale di disimpegno che la Russia, in piena guerra in Ucraina, potrebbe sfruttare. I falchi repubblicani al Congresso – i presidenti delle commissioni Forze armate di Camera e Senato – hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che il gesto manda il segnale sbagliato a Vladimir Putin. Eppure Trump, forte dei poteri di comandante in capo, può aggirare i limiti legislativi ridistribuendo le forze tra paesi senza ridurre la presenza complessiva sotto la soglia dei settantaseimila.

In prospettiva, il ritiro tedesco potrebbe rivelarsi non un episodio, ma l’antipasto di una riorganizzazione più radicale: Trump punta a concentrare le risorse sull’Indo-Pacifico e a scaricare sugli alleati europei il peso della propria difesa continentale. Per l’Italia, ciò significa dover scegliere tra un aumento accelerato delle spese militari (già oggetto di acceso dibattito in Parlamento) e l’accettazione di un ruolo subalterno in una Nato sempre più a trazione europea. Il continente, come ha detto Pistorius, deve diventare «più europeo per restare transatlantico». Il nodo, ora, è se questa consapevolezza si tradurrà in fatti o resterà un ennesimo auspicio.

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