
La torta col cappio di Ben-Gvir: un simbolo che divide Israele e allarma l'Europa
La foto di una torta di compleanno, con un cappio dorato intrecciato sulla glassa e due pistole a lato, ha fatto il giro del mondo suscitando sconcerto. Il dolce era stato preparato per il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, che sabato scorso ha festeggiato i suoi cinquant’anni nel villaggio di Emunim, nel sud di Israele, circondato da centinaia di invitati tra cui ministri, attivisti di estrema destra e alti funzionari di polizia. La moglie Ayala ha accompagnato il regalo con la frase «a volte i sogni diventano realtà», un esplicito omaggio alla legge sulla pena di morte per i terroristi palestinesi che Ben-Gvir ha promosso con accanimento e che il Parlamento israeliano ha approvato in prima lettura lo scorso marzo. Il cappio, simbolo della forca, non è stato l’unico dettaglio provocatorio: sulla torta campeggiava anche una mappa della cosiddetta Grande Israele, che include Gaza e la Cisgiordania, e una sua fotografia incorniciata. Il gesto ha inevitabilmente acceso il dibattito dentro e fuori i confini israeliani.
Da Tel Aviv, le reazioni non si sono fatte attendere. L’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito l’episodio una prova ulteriore della deriva politicizzata delle istituzioni, minacciando di licenziare chiunque sfrutti il proprio ruolo pubblico per fini di partito qualora dovesse tornare al governo. Critiche sono arrivate anche da ambienti liberali e da alcuni commentatori, che vedono nella festa di Ben-Gvir un «inciampo morale» per un Paese già provato dalle divisioni interne. Tuttavia, il premier Benjamin Netanyahu ha telefonato personalmente al ministro per fargli gli auguri, a testimonianza di un sostegno politico che non vacilla nonostante le polemiche. Secondo gli analisti di Bruxelles, la vicenda acuisce le preoccupazioni dell’Unione Europea per l’erosione dello stato di diritto in Israele, mentre a Roma alcuni osservatori sottolineano come l’Italia, tradizionale partner di Tel Aviv, si trovi in una posizione sempre più scomoda, costretta a mediare tra la difesa di un alleato strategico e i valori democratici che dovrebbero accomunare i due Paesi.
La prospettiva di Pechino, invece, è di cauta ostilità: la Cina, storicamente vicina alla causa palestinese, ha colto l’occasione per ribadire la necessità di una soluzione a due stati, mentre Mosca, attraverso i propri media, ha dato risalto al gesto di Ben-Gvir come esempio della radicalizzazione dell’esecutivo israeliano. Ma al di là delle condanne diplomatiche, il nodo centrale è politico e interno: il voto sulla pena di morte, approvato con 62 sì e 48 no, ha mostrato una maggioranza compatta sulla linea della linea dura, e la torta con il cappio ne diventa il simbolo visivo. I prossimi mesi saranno cruciali: se la legge sarà confermata in via definitiva, Israele potrebbe tornare a eseguire condanne capitali dopo decenni, con un impatto profondo sulle relazioni con l’Europa. Per l’Italia, abituata a stigmatizzare la pena di morte ovunque essa venga applicata, si profila un difficile bilanciamento tra fedeltà all’alleato e coerenza con i propri principi costituzionali.
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