
La tregua sul confine Israele-Libano vacilla, mentre Hezbollah riprende gli attacchi prima dei colloqui di Washington
La fragile tregua sul confine tra Israele e Libano è stata scossa da un nuovo attacco con razzi e droni sferrato da Hezbollah, il primo dall’inizio della pausa dei combattimenti mediata dagli Stati Uniti. L’azione, rivendicata dal gruppo sciita libanese come risposta a presunte violazioni israeliane, getta un’ombra sui cruciali colloqui in programma a Washington, dove i delegati di Beirut e Gerusalemme si incontreranno per la seconda volta in due settimane con l’obiettivo di estendere la cessazione delle ostilità. Secondo l’ottica di Hezbollah e dei suoi sostenitori regionali a Teheran, l’attacco serve a ribadire che la calma non è unilaterale e che la deterrenza rimane attiva, in un delicato gioco di alzate di posta.
Il contesto è quello di una frontiera mai veramente pacificata, dove la tregua di dieci giorni in scadenza domenica ha solo congelato, non risolto, le tensioni. Da una prospettiva israeliana, l’attacco conferma la natura instabile di qualsiasi accordo che coinvolga un attore non statale come Hezbollah, considerato un braccio armato dell’Iran. Le forze di Tel Aviv, dal canto loro, continuano le operazioni nella cosiddetta ‘zona di sicurezza’ nel sud del Libano, demolendo edifici in villaggi come Mansouri, in una presenza che da Beirut è vista come una violazione della sovranità e del cessate-il-fuoco. Gli incidenti, inclusi raid aerei israeliani che hanno causato vittime, testimoniano la persistente volatilità.
Per l’Europa, e per un’Italia sempre attenta agli equilibri del Mediterraneo orientale, l’escalation rappresenta un campanello d’allarme. Una ripresa duratura del conflitto tra Israele e Hezbollah rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il Libano, già in profonda crisi economica e politica, con potenziali ripercussioni sui flussi migratori e sulla sicurezza regionale. Gli analisti di Bruxelles osservano con preoccupazione come la dinamica locale sia sempre più intrecciata con la più ampia rivalità regionale tra Iran e Israele, riducendo gli spazi di autonomia di Beirut.
Tutto è ora appeso all’esito del vertice a Washington. La speranza libanese è che si possa concordare un’estensione della tregua, primo passo verso un disimpegno più stabile. Tuttavia, la prospettiva da Gerusalemme è cauta, incentrata sulla necessità di garanzie di sicurezza tangibili. La mediazione americana, sebbene cruciale, dovrà navigare in acque pericolose, bilanciando la deterrenza militare con la diplomazia, mentre sul terreno ogni colpo di mortaio rischia di far saltare il banco. La prossima settimana potrebbe quindi definire se si aprirà una fase di dialogo o se si tornerà a una pericolosa normalità fatta di schermaglie quotidiane.
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