
Le turbolenze alcoliche del direttore dell’FBI Kash Patel scuotono Washington e allarmano gli alleati
Il giovane Kash Patel, oggi alla guida della polizia federale americana, fu arrestato due volte per episodi legati all’alcol: la prima per ubriachezza molesta in luogo pubblico quand’era ancora minorenne in Virginia, la seconda per aver urinato fuori da un bar dopo una notte di bevute. L’ammissione, contenuta in una lettera del 2005 allegata alla sua domanda di abilitazione forense in Florida e riportata alla luce da documenti personali riservati, riemerge ora che il quarantaseienne direttore del Federal Bureau of Investigation è al centro di nuove e più gravi accuse. La scoperta proietta un’ombra lunga sulle cronache recenti che lo descrivono alle prese con fasi di consumo eccessivo di alcol, assenze ingiustificate dal quartier generale e difficoltà dei suoi stessi agenti di sicurezza a svegliarlo al mattino, «probabilmente perché in stato di ebbrezza», come hanno riferito fonti interne al Bureau.
Le rivelazioni hanno suscitato dapprima una reazione beffarda nei corridoi dell’FBI, salvo poi trasformarsi in un caso politico nel momento in cui lo stesso Patel ha denunciato per diffamazione la testata che per prima ne aveva scritto, sostenendo la falsità di ogni accusa. Da Washington, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha ribadito la piena fiducia del presidente Donald Trump nel suo direttore, lodando il calo dei tassi di criminalità e ringraziando «gli uomini e le donne dell’FBI per il loro straordinario lavoro». Una difesa d’ufficio che, nell’ottica di Bruxelles, non dissipa i timori degli alleati europei.
Analisti della sicurezza comunitaria osservano con preoccupazione l’instabilità al vertice di un’agenzia cruciale per lo scambio di informazioni antiterrorismo e per le indagini sulla criminalità organizzata transnazionale che coinvolgono direttamente l’Italia. La nostra intelligence e le procure antimafia collaborano strettamente con i field office americani, e qualunque distrazione nella catena di comando rischia di incrinare la tempestività e l’affidabilità della cooperazione. A Mosca, la vicenda viene letta come l’ennesimo sintomo del degrado delle élite di sicurezza statunitensi, un argomento che alimenta la propaganda interna sull’affidabilità di Washington come garante globale.
Oltre alle ombre sull’alcol, il direttore Patel è finito nell’occhio del ciclone per voli di lusso pagati con fondi pubblici e per un recente tentativo di intrusione informatica iraniana nei suoi account, episodi che, secondo alcuni rapporti di intelligence europei, ne aggravano il profilo di potenziale vulnerabilità. La partita resta aperta: se le voci di corridoio al Bureau parlano di un leader in difficoltà, la Casa Bianca per ora lo blinda. In un contesto internazionale sempre più teso, con minacce ibride e cyber che attraversano senza sosta l’Atlantico, la tenuta del vertice dell’FBI non è soltanto una grana interna americana, ma un fattore che si riverbera direttamente sull’architettura della sicurezza condivisa dell’Occidente.
Allarga lo sguardo
Trump sospende l’attacco all’Iran, ma Teheran smentisce di aver chiesto la tregua
2 lingue · 74 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate