
Tra licenziamenti e pensionamenti volontari: la grande ristrutturazione dei big tech
Mentre l’intelligenza artificiale divora miliardi di dollari in investimenti, Meta e Microsoft hanno annunciato quasi simultaneamente una riduzione complessiva di circa quindicimila posti di lavoro. Una scelta che, pur condividendo la stessa radice – la necessità di compensare i costi faraonici dell’AI – si manifesta con due strategie opposte. Da un lato i licenziamenti secchi di Meta, che colpiranno il dieci per cento della forza lavoro a partire dal 20 maggio, gettando i dipendenti in un’attesa descritta dagli stessi addetti ai lavori come «ventotto giorni d’inferno». Dall’altro lato Microsoft, che per la prima volta in cinquantun anni di storia ha aperto un piano di uscite volontarie, offrendo un incentivo economico ai lavoratori che soddisfano la cosiddetta «regola del 70», ovvero la somma tra età anagrafica e anni di servizio pari o superiore a settanta. Un «scivolo» per i dipendenti più anziani, più che una scure per tutti.
A ben vedere, la differenza non è solo di forma, ma di sostanza. La scelta di Microsoft riflette una strategia più cauta, forse dettata dalla consapevolezza che una forza lavoro senior possiede competenze difficili da sostituire, mentre Meta, alle prese con una trasformazione radicale verso l’AI generativa, preferisce liberarsi rapidamente di ruoli divenuti ridondanti. L’effetto sui lavoratori è palpabile. Negli uffici californiani di Block, società madre di Square, una data scientist di Seattle ha deciso di dimettersi dopo aver visto licenziato il quaranta per cento del personale a causa dell’integrazione dell’intelligenza artificiale. «Non ero tra i colpiti, ma ero colpita», ha scritto su LinkedIn, rifiutando un aumento del settantacinque per cento patito come un incentivo a rimanere in un ambiente divenuto invivibile. La sindrome del superstite diventa così la cartina di tornasole di un settore dove l’efficienza algoritmica si scontra con la fragilità umana.
Da Bruxelles a Pechino, gli osservatori internazionali guardano a questa doppia manovra come a un segnale inequivocabile: la corsa all’AI sta ridefinendo non solo i modelli di business, ma il patto sociale tra azienda e lavoratore. L’Europa, con le sue normative sul lavoro e la protezione dei diritti, osserva con particolare attenzione. Se negli Stati Uniti il licenziamento è ancora percepito come una normale variabile del mercato, nel Vecchio Continente la prospettiva di un esodo volontario tra i senior potrebbe ispirare modelli di transizione più morbidi. Per l’Italia, dove l’età media dei lavoratori tech è già elevata, la «regola del 70» potrebbe offrire uno spunto interessante, purché non si trasformi in uno strumento per aggirare i diritti acquisiti.
In ogni caso, il paradosso è evidente: mentre le aziende chiedono sempre più competenze digitali, riducono proprio i posti di chi quelle competenze le ha costruite. La domanda che resta aperta, e che gli analisti di tutto il mondo si pongono, è se questa ristrutturazione rappresenti un aggiustamento temporaneo o l’alba di un nuovo, spietato paradigma. I prossimi mesi, con i bilanci dei big tech e l’evoluzione dell’AI, daranno la risposta. L’unica certezza, per ora, è che il costo dell’innovazione lo si paga in vite lavorative interrotte, o volontariamente anticipate.
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