
Michael e il Diavolo: due blockbuster tra nostalgia, rimozione e crisi dell'editoria
Il botteghino estivo si apre all'insegna di due ritorni che sono anche due sintomi. Da un lato il biopic su Michael Jackson, che sta incassando cifre colossali in tutto il mondo, dall'altro l'attesissimo sequel de Il Diavolo veste Prada, che riporta sullo schermo Miranda Priestly e il suo mondo di crudeltà patinate. Due film accomunati da una stessa, inquietante dinamica: la rimozione degli elementi scomodi in nome di una narrazione consolatoria. Il primo cancella ogni riferimento alle accuse di pedofilia, il secondo trasforma la satira feroce del capitalismo editoriale in una malinconica elegia sulla fine dei giornali di carta. È il trionfo della nostalgia come merce, con il passato che diventa un parco a tema dove entrare senza farsi domande.
L'operazione Michael è stata messa a punto con precisione svizzera. La famiglia Jackson, attraverso la tenuta del patrimonio, ha imposto un racconto epico che parte dall'infanzia violenta e si ferma al trionfo di Wembley nel 1988: niente scandali, niente Neverland, niente processi. Per gli analisti di New York, la scelta è puramente economica: il catalogo del cantante vale un miliardo e mezzo di dollari e un biopic che ammetta la zona grigia rischierebbe di far crollare l'impero. A Parigi, dove il film è stato accolto con freddezza dalla critica, si sottolinea il paradosso di un'opera che esalta la vulnerabilità artistica di Jackson mentre tace sulla sua doppiezza morale. In Italia, l'uscita ha riaperto il dibattito sui confini tra biografia autorizzata e propaganda. Nel frattempo, i fratelli Cascio hanno fatto causa alla tenuta, sostenendo di aver subito abusi dal cantante da bambini: una crepa che il film non potrà tenere nascosta a lungo.
Ben diverso è il caso del Diavolo veste Prada 2, che sceglie una via opposta: non cancella i problemi, li esibisce. La pellicola, accolta tiepidamente dalla stampa anglosassone e più severamente da quella francese e italiana, si apre con Andy Sachs diventata una giornalista pluripremiata, ma la trama si avvita presto attorno alla crisi di Runway, minacciata da un miliardario della Silicon Valley. Secondo gli analisti di Bruxelles, il film riflette la difficoltà dell'industria culturale europea di fronte alla transizione digitale: le redazioni non sono più templi del gusto ma colonie di clic e budget. A Buenos Aires, dove la Gala Couture ha celebrato l'uscita con una sfilata di designer locali, il film è stato vissuto come un rito generazionale, ma anche con la consapevolezza che la moda è diventata un'altra cosa: meno esclusiva, più liquid, come scrivono i cronisti italiani. La stessa Miranda Priestly, che nel primo film lanciava il cappotto addosso alla segretaria, ora lo appende da sola. Un gesto che dice tutto: il potere non è più quello di una volta.
Guardando avanti, il successo di entrambi i film racconta molto del nostro presente. Il pubblico cerca storie rassicuranti in cui il talento trionfa e i cattivi (i padri violenti, i miliardari predatori) sono facilmente individuabili. Ma quel che resta fuori dal racconto – gli abusi, la crisi strutturale del giornalismo, la volatilità del mercato del lusso – è proprio ciò che determina la realtà. Come ha notato un osservatore di Zurigo, la nostalgia cinematografica è il sintomo di una società che non sa immaginare il futuro. E mentre il Re del Pop torna in sala come icona immacolata e la regina della moda si scopre fragile, la domanda che resta sospesa è una sola: cosa succederà quando il pubblico si stancherà di guardare indietro?
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