
Opec+ aumenta la produzione senza gli Emirati: un gesto simbolico in piena crisi di Hormuz
Sette paesi dell’Opec+ hanno raggiunto un accordo di principio per incrementare le quote di produzione di circa centottantottomila barili al giorno a giugno, una decisione che arriva a sorpresa dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’alleanza, avvenuta il primo maggio. L’aumento, che di fatto ricalca quello di duecentoseimila barili del mese precedente al netto della quota emiratina, è stato presentato dalle fonti vicine al cartello come un segnale di continuità operativa. In realtà, secondo gli analisti del Golfo, si tratta di una mossa in larga parte simbolica: la gran parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è paralizzata a causa dell’offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata a fine febbraio. Il blocco ha interrotto le forniture ben più dei tagli volontari che l’Opec+ aveva in agenda, rendendo ogni aggiustamento delle quote quasi irrilevante sul mercato fisico.
La decisione è la prima dopo l’addio degli Emirati, che hanno giustificato la loro uscita con la necessità di maggiore flessibilità in un momento in cui le scorte strategiche di prodotti raffinati si stanno esaurendo. Da Teheran, intanto, si sottolinea come la chiusura di Hormuz stia già ridisegnando le rotte energetiche globali, mentre a Mosca l’accordo viene letto come un tentativo di tenere insieme i sette membri rimasti – Russia, Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman – evitando ulteriori defezioni. Bruxelles segue con apprensione l’evolversi della crisi: l’Italia e l’Europa, fortemente dipendenti dalle importazioni di greggio, rischiano di subire un’impennata dei prezzi se il conflitto dovesse allargarsi. Il piccolo aumento delle quote non basterà a calmierare le quotazioni, già schizzate dopo l’inizio dell’operazione militare.
Guardando avanti, la domanda che circola negli ambienti diplomatici è se l’Opec+ possa sopravvivere senza uno dei suoi maggiori produttori e in un contesto di guerra aperta in Medio Oriente. La scelta di alzare la produzione per un ammontare quasi irrisorio mostra che il cartello cerca di preservare una parvenza di unità, ma l’assenza di un reale impatto sul mercato ne rivela tutta la fragilità. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e le tensioni tra Washington e Teheran che non accennano a placarsi, il greggio continuerà a muoversi su traiettorie imprevedibili, e l’Europa – Italia in testa – dovrà prepararsi a uno scenario di volatilità persistente.
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