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sabato 25 aprile 2026

Patel ammette due fermi per alcol: il passato del capo dell’Fbi diventa un grattacapo per Trump

La notizia che più scuote il Bureau in queste ore non arriva da un’inchiesta su oscure trame geopolitiche, ma da un foglio ingiallito del 2005. In una lettera trasmessa allora all’ordine degli avvocati della Florida, Kash Patel – oggi direttore dell’Fbi – confessava due arresti giovanili entrambi legati all’alcol: uno per ubriachezza molesta durante una partita di basket universitario, l’altro per aver urinato in strada all’uscita da un bar di New York mentre frequentava la facoltà di giurisprudenza. Il documento, rimasto sepolto per anni, è riemerso nei giorni scorsi grazie a un’inchiesta giornalistica americana e getta una luce cruda su una leadership già segnata da crescenti tensioni interne.

La rivelazione non è isolata. Da settimane un’importante rivista statunitense aveva descritto «fasi di abuso di alcol» che avrebbero accompagnato Patel ben oltre quegli episodi. Il reportage raccontava di un accesso informatico fallito che aveva fatto temere al direttore un licenziamento in tronco, scatenando reazioni di sollievo nei corridoi dell’Fbi prima che si scoprisse trattarsi di un banale malfunzionamento. A questo si aggiungono le indiscrezioni, circolate anche in ambienti governativi europei, su assenze prolungate dall’ufficio e un comportamento che avrebbe allarmato i collaboratori più stretti. Il quadro che ne esce – al netto delle smentite veementi del portavoce del Bureau, che parla di «attacchi» e «distrazioni» – è quello di un’istituzione chiave per la sicurezza americana scossa da fragilità personali che rischiano di eroderne l’autorevolezza.

A Washington la Casa Bianca ha scelto la linea dello scudo. La portavoce ha ribadito la piena fiducia del presidente Trump, mentre Patel ha reagito con una causa per diffamazione da duecentocinquanta milioni di dollari contro il periodico che per primo aveva sollevato il caso. È una strategia legale e comunicativa che punta a trasformare la vicenda in uno scontro ideologico, ma che non spegne i malumori interni all’intelligence. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’instabilità ai vertici dell’Fbi rischia di incrinare ulteriormente i delicati meccanismi di cooperazione transatlantica su antiterrorismo e controspionaggio, in un momento in cui i legami tra le agenzie europee e americane sono già messi alla prova da divergenze strategiche sull’Ucraina e sulla Cina.

Da Mosca l’episodio viene letto con malcelata ironia: i commentatori vicini al Cremlino lo utilizzano per rafforzare la narrazione di un apparato di sicurezza statunitense preda del caos e di dirigenti inadeguati, sminuendo così la credibilità delle accuse di interferenze che proprio l’Fbi continua a rivolgere alla Russia. L’ottica di Pechino è più silenziosa ma non meno calcolatrice: gli analisti cinesi osservano con attenzione qualsiasi segnale di vulnerabilità nelle istituzioni di controllo degli Stati Uniti, perché un FBI indebolito potrebbe corrispondere a minori capacità di monitoraggio sulle operazioni di spionaggio economico e tecnologico condotte da aziende vicine al Partito Comunista.

Sullo sfondo restano altre ombre: i voli di lusso su fondi pubblici, il presunto attacco di hacker iraniani e le cause legali incrociate che dipingono una gestione in perenne trincea. La vera incognita per l’Italia e per l’Europa riguarda l’affidabilità del flusso informativo che da Langley e Washington arriva sulle minacce jihadiste o sugli scenari balcanici: se il capo del Bureau fosse costretto a distrarre energie per difendere la propria posizione, l’intera architettura dello scambio di intelligence ne soffrirebbe. Nell’immediato, la fedeltà di Trump sembra una garanzia sufficiente, ma la lunga stagione di scandali che ha accompagnato altre nomine presidenziali insegna che quando un collaboratore diventa un fattore di disturbo, la protezione politica può evaporare in una sola notte.

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sabato 25 aprile 2026

Patel ammette due fermi per alcol: il passato del capo dell’Fbi diventa un grattacapo per Trump

La notizia che più scuote il Bureau in queste ore non arriva da un’inchiesta su oscure trame geopolitiche, ma da un foglio ingiallito del 2005. In una lettera trasmessa allora all’ordine degli avvocati della Florida, Kash Patel – oggi direttore dell’Fbi – confessava due arresti giovanili entrambi legati all’alcol: uno per ubriachezza molesta durante una partita di basket universitario, l’altro per aver urinato in strada all’uscita da un bar di New York mentre frequentava la facoltà di giurisprudenza. Il documento, rimasto sepolto per anni, è riemerso nei giorni scorsi grazie a un’inchiesta giornalistica americana e getta una luce cruda su una leadership già segnata da crescenti tensioni interne.

La rivelazione non è isolata. Da settimane un’importante rivista statunitense aveva descritto «fasi di abuso di alcol» che avrebbero accompagnato Patel ben oltre quegli episodi. Il reportage raccontava di un accesso informatico fallito che aveva fatto temere al direttore un licenziamento in tronco, scatenando reazioni di sollievo nei corridoi dell’Fbi prima che si scoprisse trattarsi di un banale malfunzionamento. A questo si aggiungono le indiscrezioni, circolate anche in ambienti governativi europei, su assenze prolungate dall’ufficio e un comportamento che avrebbe allarmato i collaboratori più stretti. Il quadro che ne esce – al netto delle smentite veementi del portavoce del Bureau, che parla di «attacchi» e «distrazioni» – è quello di un’istituzione chiave per la sicurezza americana scossa da fragilità personali che rischiano di eroderne l’autorevolezza.

A Washington la Casa Bianca ha scelto la linea dello scudo. La portavoce ha ribadito la piena fiducia del presidente Trump, mentre Patel ha reagito con una causa per diffamazione da duecentocinquanta milioni di dollari contro il periodico che per primo aveva sollevato il caso. È una strategia legale e comunicativa che punta a trasformare la vicenda in uno scontro ideologico, ma che non spegne i malumori interni all’intelligence. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’instabilità ai vertici dell’Fbi rischia di incrinare ulteriormente i delicati meccanismi di cooperazione transatlantica su antiterrorismo e controspionaggio, in un momento in cui i legami tra le agenzie europee e americane sono già messi alla prova da divergenze strategiche sull’Ucraina e sulla Cina.

Da Mosca l’episodio viene letto con malcelata ironia: i commentatori vicini al Cremlino lo utilizzano per rafforzare la narrazione di un apparato di sicurezza statunitense preda del caos e di dirigenti inadeguati, sminuendo così la credibilità delle accuse di interferenze che proprio l’Fbi continua a rivolgere alla Russia. L’ottica di Pechino è più silenziosa ma non meno calcolatrice: gli analisti cinesi osservano con attenzione qualsiasi segnale di vulnerabilità nelle istituzioni di controllo degli Stati Uniti, perché un FBI indebolito potrebbe corrispondere a minori capacità di monitoraggio sulle operazioni di spionaggio economico e tecnologico condotte da aziende vicine al Partito Comunista.

Sullo sfondo restano altre ombre: i voli di lusso su fondi pubblici, il presunto attacco di hacker iraniani e le cause legali incrociate che dipingono una gestione in perenne trincea. La vera incognita per l’Italia e per l’Europa riguarda l’affidabilità del flusso informativo che da Langley e Washington arriva sulle minacce jihadiste o sugli scenari balcanici: se il capo del Bureau fosse costretto a distrarre energie per difendere la propria posizione, l’intera architettura dello scambio di intelligence ne soffrirebbe. Nell’immediato, la fedeltà di Trump sembra una garanzia sufficiente, ma la lunga stagione di scandali che ha accompagnato altre nomine presidenziali insegna che quando un collaboratore diventa un fattore di disturbo, la protezione politica può evaporare in una sola notte.

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