
Trump nega ogni colloquio con Infantino sul piano di privatizzazione del Mondiale
Il presidente americano smentisce coinvolgimenti, mentre Uefa, Concacaf e AFC si oppongono alla creazione di una filiale da 20 miliardi di dollari con investitori esterni.
La parola definitiva è arrivata da Camp David, in una pausa della riunione di gabinetto. Donald Trump ha rotto il silenzio e ha negato recisamente di aver mai parlato con Gianni Infantino del progetto che sta scuotendo il calcio mondiale: la vendita di una quota della Coppa del Mondo a investitori privati. «No. Non ho mai parlato con lui», ha risposto il presidente degli Stati Uniti a un giornalista, chiudendo subito l’argomento. Una smentita secca, che tuttavia non spegne le polemiche attorno a un’operazione che porta il nome di Joshua Kushner, fratello del genero di Trump, Jared, a capo del gruppo di investitori interessato.
Il piano della Fifa, annunciato nei giorni scorsi, prevede la creazione di una società controllata dal valore di 20 miliardi di dollari per gestire i diritti commerciali del Mondiale e degli altri grandi tornei, con l’offerta fino al 20% delle quote a capitali esterni. Un’iniziativa che ha immediatamente scatenato la reazione delle confederazioni continentali. L’Uefa, con un gesto senza precedenti, ha minacciato di ritirare tutte le sue 55 federazioni da qualsiasi competizione Fifa finché la proposta resterà in piedi. Sulla stessa linea si sono schierate la Concacaf, che governa il calcio del Nord e Centro America, e la Confederazione asiatica (AFC), che in un comunicato ha parlato di «fiducia minata» nella governance dell’organizzazione.
All’interno della Fifa, intanto, si allarga la fronda. Carlos Cordeiro, consigliere di lungo corso di Infantino ed ex presidente della federazione statunitense, si è dimesso con una lettera durissima: «Non posso restare in silenzio mentre la Fifa pensa di vendere una partecipazione nella Coppa del Mondo – ha scritto – è un cattivo affare per il calcio, significa ipotecare il futuro senza una giustificazione convincente». Anche il direttore operativo Kevin Lamour ha accusato Infantino di aver «ingannato» lo staff sulla reale portata del progetto, pur restando al suo posto. La Federcalcio messicana, unica voce fuori dal coro in area Concacaf, ha invece scelto la via dell’attesa, dichiarando che valuterà la proposta nell’interesse del calcio nazionale.
La Fifa ha respinto le accuse, ribadendo che «nessuno sta vendendo il calcio» e che il periodo di consultazione proseguirà fino al voto fissato per il 19 settembre. Una data che ora appare come uno spartiacque: Infantino, in carica dal 2016 e pronto a ricandidarsi, dovrà misurarsi con un’opposizione sempre più ampia, mentre il Mondiale appena concluso negli Stati Uniti – il primo a 48 squadre – sembra già lontano.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.20 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
L'Atlantico denuncia il piano di privatizzazione come una minaccia all'integrità del calcio e segnala la rottura con l'UEFA.
Enfatizzando la reazione di boicottaggio dell'UEFA, si crea un'atmosfera di scandalo che legittima la critica al piano.
Non menziona il coinvolgimento diretto della famiglia Trump (Joshua Kushner), che potrebbe rafforzare la narrativa di conflitto di interessi.
L'America Latina evidenzia il conflitto di interessi attraverso il legame familiare, insinuando favoritismi senza un'accusa esplicita.
Collegando Trump al fratello del genero, si insinua nepotismo mantenendo un'apparenza di obiettività.
Non menziona la reazione di boicottaggio dell'UEFA, che indicherebbe una forte opposizione internazionale.
Il Golfo Arabo normalizza l'operazione, presentandola come una mossa finanziaria di routine.
Riportando i fatti senza giudizio, si evita di assumere una posizione critica e si mantengono buoni rapporti con gli attori coinvolti.
Tace sulla controversia e la spaccatura con la UEFA, offrendo una versione addomesticata della notizia.
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