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Economia e Mercatimartedì 12 maggio 2026

Costo della guerra in Iran: 29 miliardi per gli Stati Uniti, ma il conto finale potrebbe essere da un trilione

Il Pentagono aggiorna la spesa bellica: quasi 29 miliardi di dollari. Esperti temono un costo totale da un trilione. Trump vola in Cina mentre Tehran alza la voce.

Il Pentagono ha comunicato al Congresso che il conflitto con l’Iran è già costato alle casse statunitensi quasi ventinove miliardi di dollari, quattro in più rispetto alla stima di due settimane fa. Una cifra che, secondo alcuni analisti finanziari, potrebbe rappresentare solo l’anticipo di un conto finale da un trilione. Il controllore del Pentagono, Jay Hurst, ha spiegato che le voci di spesa in aumento riguardano principalmente operazioni e logistica, mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito che gli Stati Uniti sono pronti sia a escalation sia a un ritiro. La revisione al rialzo giunge mentre il presidente Donald Trump, atterrato a Pechino per colloqui con Xi Jinping, ha dichiarato di non aver bisogno dell’aiuto cinese per risolvere il conflitto. Eppure, proprio dalla Cina ci si aspetta una sponda diplomatica: l’ottica di Pechino vede nel prolungamento della guerra un fattore di instabilità per i flussi energetici globali, ma anche un’opportunità per riaffermare il proprio ruolo di mediatore.

Sul fronte militare, Tehran ha fatto sapere di essere pronta a respingere un nuovo attacco americano in qualsiasi momento, mentre le trattative per una pace appaiono in stallo. Secondo la prospettiva iraniana, l’unica via per uscire dalla crisi passa per un riconoscimento delle proprie prerogative regionali, compresa la libertà di manovra nello Stretto di Hormuz, che il Qatar ha definito una forma di “ricatto”. La retorica della leadership iraniana si fa più intransigente, e fonti vicine all’amministrazione Trump sussurrano che il presidente sia tentato da una ripresa delle operazioni belliche su larga scala. Sul piano economico, il costo per Washington potrebbe lievitare ben oltre i ventinove miliardi attuali: l’usura dei materiali, la sostituzione dei sistemi d’arma e il debito pubblico acceso per finanziare la spedizione sono voci che gli esperti valutano nell’ordine di centinaia di miliardi, fino a toccare la fatidica soglia del trilione.

L’Europa guarda con apprensione a questa escalation. Bruxelles, pur non direttamente coinvolta nelle operazioni, teme le ripercussioni sulle forniture energetiche e sulla stabilità del Mediterraneo allargato. L’Italia, in particolare, segue con attenzione l’evoluzione del conflitto per via degli interessi energetici e delle basi militari presenti nella regione. La missione difensiva guidata da Francia e Regno Unito, cui ha aderito anche l’Australia, rappresenta un tentativo di contenere le ricadute senza schierarsi apertamente. Ma il rischio di un allargamento del conflitto a tutto il Golfo Persico resta concreto.

A questo punto, la domanda cruciale è se la visita di Trump in Cina possa sbloccare un nuovo canale negoziale o se, al contrario, il presidente americano sia intenzionato a forzare la mano. Gli analisti di Washington prevedono che fino a quando l’amministrazione non avrà un piano chiaro per l’exit strategy, i costi continueranno a salire, erodendo il supporto dell’opinione pubblica interna e la credibilità alleata. Il vero banco di prova sarà la reazione dei mercati finanziari e la tenuta delle economie europee, già provate dall’inflazione. In uno scenario di guerra prolungata, la capacità di Stati Uniti e Iran di trovare un compromesso diventa non solo una questione militare, ma una sfida alla stabilità globale.

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La revisione al rialzo dei costi di guerra del Pentagono, che si avvicinano ai 29 miliardi di dollari, alimenta l'allarme interno per l'inflazione e la spesa pubblica. I legislatori interrogano duramente il segretario alla Difesa sul bilancio gonfiato, mentre i consumatori subiscono il peso dell'impennata dei prezzi energetici e dell'inflazione ai massimi da quasi tre anni. Il costo economico della guerra sta diventando una passività politica centrale.

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Il costo vertiginoso della guerra, ormai vicino ai 29 miliardi di dollari, sottolinea la fragilità del cessate il fuoco e il pesante tributo per la regione. Con la tregua 'appesa a un filo' e le infiltrazioni dei Guardiani della rivoluzione iraniana che suscitano condanne, l'onere finanziario aggrava un clima di instabilità e insicurezza. Il ritrovamento del corpo di un soldato americano al largo di Cap Draa evidenzia ulteriormente il costo umano del conflitto.

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La revisione dei costi di guerra del Pentagono a quasi 29 miliardi di dollari viene registrata come un fattore che disturba il commercio globale e i mercati energetici, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che incide sui piani di indebitamento dell'India. La cronaca resta distaccata e pragmatica, concentrandosi sugli effetti economici a catena piuttosto che su giudizi morali. La guerra è trattata come una variabile lontana ma rilevante nei calcoli fiscali.

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martedì 12 maggio 2026

Costo della guerra in Iran: 29 miliardi per gli Stati Uniti, ma il conto finale potrebbe essere da un trilione

Il Pentagono aggiorna la spesa bellica: quasi 29 miliardi di dollari. Esperti temono un costo totale da un trilione. Trump vola in Cina mentre Tehran alza la voce.

Il Pentagono ha comunicato al Congresso che il conflitto con l’Iran è già costato alle casse statunitensi quasi ventinove miliardi di dollari, quattro in più rispetto alla stima di due settimane fa. Una cifra che, secondo alcuni analisti finanziari, potrebbe rappresentare solo l’anticipo di un conto finale da un trilione. Il controllore del Pentagono, Jay Hurst, ha spiegato che le voci di spesa in aumento riguardano principalmente operazioni e logistica, mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito che gli Stati Uniti sono pronti sia a escalation sia a un ritiro. La revisione al rialzo giunge mentre il presidente Donald Trump, atterrato a Pechino per colloqui con Xi Jinping, ha dichiarato di non aver bisogno dell’aiuto cinese per risolvere il conflitto. Eppure, proprio dalla Cina ci si aspetta una sponda diplomatica: l’ottica di Pechino vede nel prolungamento della guerra un fattore di instabilità per i flussi energetici globali, ma anche un’opportunità per riaffermare il proprio ruolo di mediatore.

Sul fronte militare, Tehran ha fatto sapere di essere pronta a respingere un nuovo attacco americano in qualsiasi momento, mentre le trattative per una pace appaiono in stallo. Secondo la prospettiva iraniana, l’unica via per uscire dalla crisi passa per un riconoscimento delle proprie prerogative regionali, compresa la libertà di manovra nello Stretto di Hormuz, che il Qatar ha definito una forma di “ricatto”. La retorica della leadership iraniana si fa più intransigente, e fonti vicine all’amministrazione Trump sussurrano che il presidente sia tentato da una ripresa delle operazioni belliche su larga scala. Sul piano economico, il costo per Washington potrebbe lievitare ben oltre i ventinove miliardi attuali: l’usura dei materiali, la sostituzione dei sistemi d’arma e il debito pubblico acceso per finanziare la spedizione sono voci che gli esperti valutano nell’ordine di centinaia di miliardi, fino a toccare la fatidica soglia del trilione.

L’Europa guarda con apprensione a questa escalation. Bruxelles, pur non direttamente coinvolta nelle operazioni, teme le ripercussioni sulle forniture energetiche e sulla stabilità del Mediterraneo allargato. L’Italia, in particolare, segue con attenzione l’evoluzione del conflitto per via degli interessi energetici e delle basi militari presenti nella regione. La missione difensiva guidata da Francia e Regno Unito, cui ha aderito anche l’Australia, rappresenta un tentativo di contenere le ricadute senza schierarsi apertamente. Ma il rischio di un allargamento del conflitto a tutto il Golfo Persico resta concreto.

A questo punto, la domanda cruciale è se la visita di Trump in Cina possa sbloccare un nuovo canale negoziale o se, al contrario, il presidente americano sia intenzionato a forzare la mano. Gli analisti di Washington prevedono che fino a quando l’amministrazione non avrà un piano chiaro per l’exit strategy, i costi continueranno a salire, erodendo il supporto dell’opinione pubblica interna e la credibilità alleata. Il vero banco di prova sarà la reazione dei mercati finanziari e la tenuta delle economie europee, già provate dall’inflazione. In uno scenario di guerra prolungata, la capacità di Stati Uniti e Iran di trovare un compromesso diventa non solo una questione militare, ma una sfida alla stabilità globale.

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Il costo vertiginoso della guerra, ormai vicino ai 29 miliardi di dollari, sottolinea la fragilità del cessate il fuoco e il pesante tributo per la regione. Con la tregua 'appesa a un filo' e le infiltrazioni dei Guardiani della rivoluzione iraniana che suscitano condanne, l'onere finanziario aggrava un clima di instabilità e insicurezza. Il ritrovamento del corpo di un soldato americano al largo di Cap Draa evidenzia ulteriormente il costo umano del conflitto.

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La revisione dei costi di guerra del Pentagono a quasi 29 miliardi di dollari viene registrata come un fattore che disturba il commercio globale e i mercati energetici, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che incide sui piani di indebitamento dell'India. La cronaca resta distaccata e pragmatica, concentrandosi sugli effetti economici a catena piuttosto che su giudizi morali. La guerra è trattata come una variabile lontana ma rilevante nei calcoli fiscali.

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