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mercoledì 6 maggio 2026

Abusi e violenze nello sport: tre continenti, un solo silenzio da spezzare

Dalle palestre brasiliane ai campi da hockey argentini, fino alle Paralimpiadi: una nuova ondata di denunce scuote il mondo sportivo.

L’arresto di Matteo Bonacina, campione paralimpico di tiro con l’arco, segna un punto di svolta nella lotta contro gli abusi nel mondo sportivo italiano. Secondo gli inquirenti di Roma, l’atleta 41enne avrebbe molestato per anni sei donne tra atlete e un’allenatrice, arrivando a pretendere un perizoma rosso come portafortuna in vista di Parigi 2024 e a tentare di violentare una giovane azzurra nella stanza d’albergo durante i Giochi. Le indagini della procura capitolina e della polizia postale coprono il periodo 2019-2024 e coinvolgono anche il direttore tecnico della nazionale, accusato di aver invitato le vittime al silenzio per non compromettere le competizioni. Una dinamica di potere e omertà che non è purtroppo isolata.

A migliaia di chilometri di distanza, in Brasile, un’altra atleta ha rotto il muro di paura. Brenda Larissa, 27 anni, ha raccontato in un video di venti minuti pubblicato su Instagram i quattordici anni di abusi subiti dal suo allenatore di jiu-jitsu, Melqui Galvão, a partire dai dodici anni. Il tecnico è attualmente in carcere a Manaus con l’accusa di stupro di vulnerabile, molestie e minacce; l’inchiesta è partita grazie alla denuncia di una studentessa minorenne di San Paolo. Dalla prospettiva di Manaus emerge una realtà in cui la fragilità economica e la dipendenza dall’allenatore trasformano le palestre in trappole. Brenda ha percorso a piedi un’ora al giorno per anni per raggiungere la palestra, un dettaglio che racconta di una dedizione tradita.

Dall’America Latina arriva un’altra storia di violenza, seppur di segno diverso. A Tucumán, in Argentina, la giustizia ha concesso gli arresti domiciliari a Florencia Ortiz, accusata di aver gettato acqua bollente contro un’avversaria durante una partita di hockey femminile. L’aggressione, avvenuta il 10 aprile nel Club Universitario dopo la violazione di un divieto di avvicinamento, ha causato ustioni gravi che hanno tenuto la vittima lontana dai campi per un mese. La decisione del tribunale di permettere a Ortiz di tornare a casa sotto controllo elettronico ha sollevato polemiche; per gli osservatori locali, è un segnale ambiguo in un Paese che fatica a bilanciare diritti e sicurezza.

Tre casi, tre continenti, un filo rosso che lega lo sport a una cultura dell’abuso che si nutre di gerarchie e impunità. A Bruxelles, gli analisti ricordano che l’Italia ha recepito solo di recente la Convenzione di Istanbul, mentre a Roma il caso Bonacina sta spingendo la Federazione paralimpica a rivedere i protocolli di tutela. La domanda che resta, però, è se queste denunce isoleranno i singoli colpevoli o se innescheranno un cambiamento strutturale. Dai tappeti del jiu-jitsu alle pedane del tiro con l’arco, fino ai campi di hockey, il messaggio è chiaro: il silenzio non può più essere la regola.

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Abusi e violenze nello sport: tre continenti, un solo silenzio da spezzare

Dalle palestre brasiliane ai campi da hockey argentini, fino alle Paralimpiadi: una nuova ondata di denunce scuote il mondo sportivo.

L’arresto di Matteo Bonacina, campione paralimpico di tiro con l’arco, segna un punto di svolta nella lotta contro gli abusi nel mondo sportivo italiano. Secondo gli inquirenti di Roma, l’atleta 41enne avrebbe molestato per anni sei donne tra atlete e un’allenatrice, arrivando a pretendere un perizoma rosso come portafortuna in vista di Parigi 2024 e a tentare di violentare una giovane azzurra nella stanza d’albergo durante i Giochi. Le indagini della procura capitolina e della polizia postale coprono il periodo 2019-2024 e coinvolgono anche il direttore tecnico della nazionale, accusato di aver invitato le vittime al silenzio per non compromettere le competizioni. Una dinamica di potere e omertà che non è purtroppo isolata.

A migliaia di chilometri di distanza, in Brasile, un’altra atleta ha rotto il muro di paura. Brenda Larissa, 27 anni, ha raccontato in un video di venti minuti pubblicato su Instagram i quattordici anni di abusi subiti dal suo allenatore di jiu-jitsu, Melqui Galvão, a partire dai dodici anni. Il tecnico è attualmente in carcere a Manaus con l’accusa di stupro di vulnerabile, molestie e minacce; l’inchiesta è partita grazie alla denuncia di una studentessa minorenne di San Paolo. Dalla prospettiva di Manaus emerge una realtà in cui la fragilità economica e la dipendenza dall’allenatore trasformano le palestre in trappole. Brenda ha percorso a piedi un’ora al giorno per anni per raggiungere la palestra, un dettaglio che racconta di una dedizione tradita.

Dall’America Latina arriva un’altra storia di violenza, seppur di segno diverso. A Tucumán, in Argentina, la giustizia ha concesso gli arresti domiciliari a Florencia Ortiz, accusata di aver gettato acqua bollente contro un’avversaria durante una partita di hockey femminile. L’aggressione, avvenuta il 10 aprile nel Club Universitario dopo la violazione di un divieto di avvicinamento, ha causato ustioni gravi che hanno tenuto la vittima lontana dai campi per un mese. La decisione del tribunale di permettere a Ortiz di tornare a casa sotto controllo elettronico ha sollevato polemiche; per gli osservatori locali, è un segnale ambiguo in un Paese che fatica a bilanciare diritti e sicurezza.

Tre casi, tre continenti, un filo rosso che lega lo sport a una cultura dell’abuso che si nutre di gerarchie e impunità. A Bruxelles, gli analisti ricordano che l’Italia ha recepito solo di recente la Convenzione di Istanbul, mentre a Roma il caso Bonacina sta spingendo la Federazione paralimpica a rivedere i protocolli di tutela. La domanda che resta, però, è se queste denunce isoleranno i singoli colpevoli o se innescheranno un cambiamento strutturale. Dai tappeti del jiu-jitsu alle pedane del tiro con l’arco, fino ai campi di hockey, il messaggio è chiaro: il silenzio non può più essere la regola.

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